GEOLIER: ogni giorno ringrazio Dio di quanto sto vivendo INTERVISTA
GEOLIER
Intervista prima di salire sul palco allo Stadio San Siro Milano
Intervista di Luca Trambusti
Poco prima di salire sul palco, GEOLIERha incontrato la stampa per un’intervista in cui condividere il suo stato d’animo nel momento in cui stava per compiere un passo importante che rappresenta la conferma del suo stato di grazia e della sua crescita artistica.
Si è mostrato rilassato e sorridente, disponibile a raccontare e spiegare; a 26 anni vive tutto ciò che gli accade con grande concretezza e naturalità. È al vertice del panorama musicale italiano, ma non mostra spocchia: pare piuttosto padrone della propria posizione, consapevole della natura esponenziale – seppur relativamente rapida – della sua ascesa. Ha quindi risposto alle domande
In questo concerto ci sono quattro atti in cui hai raggruppato le canzoni per raccontare te stesso. Perché ti è venuta quest’idea? Forse mancava un atto: quello delle sberle, delle porte sbattute in faccia, di chi ti ha aiutato a non demordere?
In realtà, solo me stesso. Ognuno di noi sa quanto tiene a un sogno, a ciò in cui crede; quindi l’unica persona che mi ha davvero sostenuto nei momenti no sono stato io. Poi ci sono la mia famiglia, i miei amici, i miei fratelli, la mia città: sono sempre con me. Però molte cose, molti no, non gliele facevo nemmeno capire. Alcuni rifiuti che ricevevo li custodivo solo per me. Comunque quella parte va ne “Il Sigillo del Riscatto”. L’idea degli atti serviva a creare un inizio e una fine del concerto, una storia, un modo per raccontare tutta la musica che ho fatto in questa mia piccola carriera.
Un live che parla di libertà, di futuro: senti l’urgenza di prendere una posizione rispetto all’attualità, alle guerre nel mondo?
Penso che la guerra, alla fine, non serva a niente. Io non mi sono mai esposto pubblicamente su questo perché per me è naturalmente terribile vedere le persone soffrire, indipendentemente dalla fazione. Una guerra, i bambini che soffrono: per me è semplicemente sbagliato. È inutile limitarsi a giudicare: la guerra è sbagliata e basta. Possiamo solo esprimere questa idea, ma dovrebbe essere un sentimento condiviso da tutti, anche da chi fa la guerra.

Durante il live non c’è un momento, un video, un’immagine o una frase dedicata a questo tema?
In realtà non ci ho pensato perché questo è un momento in cui i ragazzi vengono per staccare un po’ da tutte le cose sbagliate che ci sono fuori. Io voglio che vengano qui a divertirsi, anche imparando e capendo qualcosa. Credo che tutti i ragazzi là fuori sappiano che la guerra è sbagliata e che a soffrire sono sempre persone innocenti.
Lo spettacolo che vediamo stasera sarà poi replicato in tutte le date del tour?
Sì, sarà sostanzialmente lo stesso e, per certi versi, sembra già finito. Per me il tour è già finito: è una condizione mentale che ho da sempre. Certo, cambieranno gli ospiti e qualche pezzo in scaletta varierà a seconda di chi inviteremo, perché lo stadio non è l’Ippodromo di un anno fa e ci sono tempistiche da rispettare. Fare la scaletta è stato difficilissimo, ma purtroppo lo show sarà simile in tutte le date. Se fosse per me, cambierei sempre: ogni tour, ogni serata sarebbe diversa.
Cosa significa arrivare a San Siro?
Per me è importantissimo. È la prova che la presunta divisione Nord-Sud non è mai esistita. Sono felice di aprire le porte per chi verrà dopo, ma ho anche il privilegio di attraversare le porte che altri hanno già aperto prima di me. Edoardo Bennato, ad esempio, non è stato solo il primo napoletano a riempire San Siro: è stato il primo artista italiano a farlo. Però voglio solo fare uno spettacolo bello e onesto, fare i conti con tutto quello che ho fatto.
Tu canti un brano di Pino Daniele: cosa significa riportare Pino a San Siro, dove era stato in apertura a Bob Marley nel 1980?
Tutti coloro che hanno fatto musica a Napoli si sono ispirati a Pino. Ogni volta che qualcuno fa musica, si ricorda di lui. Pino aveva un suono, un modo tutto suo di fare e di vivere. Sono grato che la sua famiglia mi abbia dato il pezzo per il disco. Sarà incredibile suonare “Tutto il possibile” con San Siro tutto illuminato: non so nemmeno cosa provo in questo momento. Qualcuno mi ha chiesto: «Cosa vuol dire per te cantare un pezzo di Pino Daniele?» Per me Pino è un padre artistico, io sono suo figlio artistico. I miei fan sono figli delle generazioni che hanno ascoltato Pino: è un legame che attraversa le generazioni.
Quando sei esploso a Sanremo c’era intorno a te una sensazione di diffidenza, oltre che di sorpresa e meraviglia. Fuori da Napoli eri una sorpresa assoluta e c’era anche un po’ di pregiudizio. Ora che stai per fare San Siro senti ancora questo pregiudizio?
Stasera sono totalmente napoletano. Quanti sono qui? Quarantasettemila persone. Vorrei che almeno il 50% fossero napoletani, che è una percentuale alta. Ma quella idea è stata superata: l’innovazione e la novità creano sempre distanza all’inizio. Anche mio padre, quando facevo rap, non capiva; le vecchie generazioni devono avvicinarsi alle nuove per non creare spaccature generazionali. Alla fine credo che, sul fronte del pregiudizio, l’Italia sia molto più aperta e unita di quanto pensiamo.

Dopo questo tour, cosa farai? Qual è la tua idea?
Ho ancora tantissimi sogni nel cassetto. Vorrei fare una sorta di residency a Napoli, come Bad Bunny a Porto Rico. Sogno anche il Madison Square Garden, come hanno fatto Gigi o Nino D’Angelo. Sono tanti sogni, e continuerò a coltivarli.
C’è un parallelo tra “Un ricco e un povero” e “’A livella” di Totò?.
Mamma mia… “‘A livella” di Totò è nella cultura di tutti a Napoli: alla fine è una filosofia di vita, più che una poesia o un monologo. “Un ricco e un povero” è nato quando volevo raccontare una storia, fare storytelling, e l’unico modo che sentivo vero era rappresentare la dicotomia tra povero e ricco. È stato facile scriverlo ed è uno dei pezzi migliori che abbia mai fatto e che farò nella mia carriera: in un disco i brani che restano sono spesso quelli così – le canzoni d’amore, quelle che toccano certi temi. Non mi aspettavo che “Un ricco e un povero” avesse questo riscontro dal vivo: era un momento in cui, egoisticamente, me lo sono tenuto per me, e invece è piaciuto a tutti. Sono molto orgoglioso di quel pezzo: lo ascolto e penso “che pezzo”!!!
Stai Facendo San Siro, Torni Al Maradona: Come Ti Senti Rispetto A Quanto Hai Vissuto In Questi Anni?
Mi sento più maturo, ma affronto tutto nello stesso modo. Ogni mattina mi diverto ad alzarmi e a fare quello che faccio: ringrazio Dio di vivere tutto questo. C’è un San Siro che mi aspetta là fuori, con mio padre, i miei fratelli, mio zio seduti. Non me lo sarei mai immaginato e non posso che esserne grato.
Sei molto giovane e hai molti ascoltatori giovani: quale messaggio vuoi trasmettere loro?
Di essere felici, ma veramente. Non uso i social, non ho TikTok: certe cose ci hanno un po’ ammalato. Vedo ragazzi che perseguono cose non per essere felici, ma per dimostrare agli altri di esserlo, e questo mi fa male. Ho 26 anni, ho la stessa età di molti di loro, ma grazie alla mia esperienza ho capito altre cose. Vorrei spendere più tempo con loro, parlare e spiegare quello che posso.
Ti sei mai fermato un secondo a dire “ce la sto facendo”, che hai ottenuto quello che sembrava impossibile?
Io non ho mai iniziato per il successo o per i soldi. Forse ho cominciato anche per creare un futuro o una stabilità per la mia famiglia, cosa che ora, grazie a Dio, ho. Ma quando penso di aver raggiunto tutto questo mi viene un vuoto nello stomaco che non ti immagini; perciò non mi fermo a celebrarlo né ci penso troppo. Una volta Giorgia mi disse che,quando questo motore si spegne, resta solo te stesso e le persone che hai coltivato: tutto il resto non ti mancherà. Allora potrò avere il tempo di godermi i miei cari e forse mettere su una famiglia.
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