IAN ANDERSON: convince solo sui classici dei Jethro Tull. Recensione Concerto Milano

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IAN ANDERSON
Best Of Jethro Tull
18 Luglio 2016
Villa Arconati
Castellazzo di Bollate (Mi)

Voto: 6,5
di Luca Trambusti

Assistere ad un concerto nel contesto dei giardini di villa Arconati è sempre un piacere, sia per il luogo, sia per il cartellone. Tra gli ospiti di questa 38^ edizione ci sono un paio di “salti nel tempo” assai interessanti: Joan Baez e Ian Anderson che ha perso i Jethro Tull e si presenta a suo nome con il “Best” della (sua) band. Era un concerto atteso e nonostante la concorrenza di Neil Young a Milano (e quella di Beyoncè a San Siro ma in questo caso il pubblico non è sovrapponibile), la risposta numerica del pubblico è stata buona (anche se non era certo un sold out).

Ovviamente l’età media era elevata, abbassata da una gruppetto di giovani, alcuni in compagnia dei più attempati genitori. Non ci si poteva aspettare nulla di diverso, questo è il suo pubblico, appassionati cresciuti negli anni ’70 con il mito del progressive e dei Jethro Tull, ascoltatori che mandavano in loop Bourèe o Aqualung. Ovviamente tutti erano lì per questo.

Così, senza nemmeno tanto entusiasmo dalla platea, Ian Anderson sale sul palco con il suo flauto ed inizia una serie di brani più recenti, non certo le hit, scelta lascia un po’ tiepido il pubblico. Quella che arriva dallo stage è una musica di qualità che tuttavia non riesce a “bucare”, ad abbattere quella cortina sonora ed emotiva che pare essersi elevata tra il pubblico e l’artista.

Ian Anderson ce la mette tutta, il problema non è questo, il suo repertorio on stage, il suo essere folletto, lo stare appollaiato su una sola gamba sono tutti trucchi scenici che fanno parte del personaggio e che ancora oggi Anderson esegue con sicurezza ed agilità muovendosi sul palco in maniera agevole, spalancando le gambe e agitando le braccia. Insomma è uno spettacolo pieno, con canzoni robuste dove flauto, chitarra e tastiere s’intrecciano scambiandosi il ruolo di protagonista dando vita a quello che si è sempre chiamato “progressive rock”, con i suoi inconfondibili schemi e regole.

Ma non siamo lì per questo, nonostante il tentativo di Anderon di spostare l’accento, il pubblico vuole le hit, vuole i brani storici e così all’arrivo di “Thick As A Brick” scatta l’entusiasmo, scatta il canto collettivo. A quella seguono “Past Time In Good Company“ un traditional scritto da Enrico VIII, “Mother Goose”, si raggiunge l’apoteosi su una versione velocissima di “Bourée” e si termina questo tuffo nel passato con “Songs From The Wood”, chi chiude anche il primo tempo del concerto rimandando tutti a 15 minuti dopo.

La seconda parte esplora brani meno noti della produzione e quindi torna quell’effetto “distacco” che ha segnato anche l’inizio dello show, buona e potente musica ma poco coinvolgimento. Dopo circa 30 minuti, tra un assolo di batteria, uno di chitarra (una roba alla Deep Purple) ed uno di flauto si arriva ai classici con l’attesissima “Acqualung” ed il suo riff di chitarra presentata in una lunga e variegata versione. Qui finisce lo spettacolo prima di dare spazio al bis con “Locomotive Breath” anche questa in versione dilatata. Su queste note intorno alle 23,20 Anderson congeda tutti dopo 1 ora e 45 minuti circa di concerto.

Anderson sconta l’effetto “Livining in the Past” (parafrasando la band stessa). Ogni concerto è per il pubblico fermo a quei grandi brani che hanno reso celebre la band ma che ormai appartengono inevitabilità al passato e che quando vengono riproposti hanno un incredibile sapore nostalgico più che storico (sebbene l’artista cerchi di allargare il campo), d’altronde la parabola della band è stata dignitosamente discendente e tutti ricordano quello che è stato più che quello che è venuto. Questo può capitare ai grandi “mostri sacri” del rock anni ’70 ma le sfumature sono diverse Springsteen o Neil Young (tanto per citare due passaggi recenti in Italia) riescono ad andare avanti pur con un piede nella storia ma sopratutto sui loro classici non cala mai un velo di nostalgia. Qui sì.

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