PRIMAVERA SOUND FESTIVAL: Diventare maggiorenni. Recensione festival

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31 Maggio 1, 2 Giugno 2018
Parc Del Forum
Barcellona (Spagna)

di Enzo Gentile

Per molti è il migliore festival musicale del panorama internazionale, capace di sviluppare in tre giorni pieni, più uno di anticipazione e uno di coda, decine e decine di concerti, coinvolgendo centinaia di artisti, grazie a una macchina organizzativa di efficienza esemplare. Nei tre giorni dal giovedì al sabato circa 250mila gli spettatori, in arrivo da 126 paesi, seimila gli addetti della sicurezza alla gestione dei palcoscenici e alla operatività della manifestazione. Senza un neo, senza una grinza o un problema di acustica: solo un set e’ saltato, per la cancellazione del volo che doveva portare tutto il team di Migos a Barcellona. Il Primavera sound, cui partecipano in gran numero anche gli appassionati italiani – la seconda comunità straniera dopo gli inglesi – si conferma un formidabile business, sempre all’insegna di una scelta e di uno sguardo illuminanti.

Vediamo in dettaglio come è andata sul fronte degli spettacoli, con una divisione in macro-aree: ascoltare tutto e’ da escludere, con dieci palchi in funzione, dal tardo pomeriggio a notte inoltrata, ma con una selezione mirata molti ascolti e di conseguenza assaggi sono stati possibili.

DALLA PARTE DELLE DONNE

Forse lo sforzo maggiore, da parte della direzione artistica, con la volontà, per questa diciottesima edizione, di rappresentare lo spettro delle voci e delle proposte al femminile con lo sguardo più ampio. La palma della migliore della lista, per classe e stile va a JANE BIRKIN (7,5), che con l’accompagnamento di una grande orchestra sinfonica di 60 elementi, ha passato in rassegna il repertorio del mitico marito Serge Gainsbourg: meglio sarebbe stato nel grande auditorio, piuttosto che nella spianata di cemento con le luci del giorno ancora calde, ma va bene anche così. Brava anche la figlia, CHARLOTTE GAINSBOURG (7), che ha portato il più recente disco Rest, immerso in sonorità magari prevedibili, ma la chanteuse-attrice ha fascino assoluto. Avvincente OUMOU SANGARE (7,5), dal Mali, capace di smuovere il pubblico con una voce, una presenza e grazie a una band decisamente brillante: per il comparto etno, uno spicchio comunque opportuno, la proposta preferibile. BJORK (7) ha scelto da tempo soluzioni espressive originali e senza pari: se dal fronte visivo il suo show e’ una meraviglia senza fine, tra scenografie, arredi, luci, una selva ricostruita per accogliere la folta formazione, l’ascolto dei suoi ultimi materiali risulta faticoso e persino nobilmente tedioso. Da rivedere. Due delle giovani rivelazioni di questi ultimi anni, (5,5) e LYKKE LI (5), hanno invece abbastanza deluso: troppo pop i loro contenuti per poter tenere in pugno una platea di10, forse 20mila anime. Svaporate, anemiche, di superficie.

A VOLTE RITORNANO

Ottima impressione hanno fatto gli SPARKS (8) cangianti, vivissimi, puntuali nel ribadire un suono che si è felicemente cristallizzato e che possono citare a uso e consumo dei più giovani, non senza ricorrere a ironia ed eleganza nelle soluzioni live. Inusuale la presenza di un antico baluardo del free jazz come l’Art Ensemble of Chicago, guidati da Roscoe Mitchell, in età avanzata, ma aedo meraviglioso ai sax. (9) sta attraversando un periodo di grazia e pure i suoi Bad Seeds davanti a una folla straripante e stregata, hanno dato il massimo. LE BREEDERS (7,5) recapitate dagli anni novanta ribadiscono un suono agitato e fiero: sarebbe inopportuno chiedere loro novità, l’autocitazione tutto sommato è una buona ragione per ascoltarle.

SLOWDIVE (7,5) hanno sempre un sound magmatico, verace, con ricadute benefiche dalla memoria, mentre DEERHUNTER (6,5) hanno lasciato a desiderare, troppo compiaciuti e fermi, una traiettoria la loro che prometteva di più. Così come (6) monocordi e senza il bagaglio per sollevare da terra un pubblico così vasto ed esigente. Sempre efficaci GRIZZLY BEAR (7), capaci ed espressivi: ma un club li premierebbe maggiormente.

VAGHE STELLE DELL’ORSA.

THE NATIONAL (7,5), un repertorio offerto con mano sicura, eleganza e quel pizzico di sussiegoso distacco che non guasta. ARCTIC MONKEY (7) hanno fatto il loro: l’impressione è che siano sopravvalutati, meglio il progetto parallelo, Last Shadows Pupoet, visto qui due anni fa. WATAIN (6) e’ l’unica presenza in campo (black) metal, dagli USA con furore, senza timore del ridicolo. ARIEL PINK (5) sono fuori tempo e senza un baricentro: consigliabili su disco, forse. Poi gli italiani: (7) hanno un suono di grazia e abilità, esecuzione ideale, manca forse ancora qualcosa al grande salto. (8,5) tra le rivelazioni della rassegna: merito anche della band, si direbbe selezionata con la pari opportunità, tre uomini e tre donne, una sintesi felicissima.

Enzo Gentile https://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Gentile

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