MARCUS KING BAND: la musica si dilata ed avvolge. Recensione Concerto Milano

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MARCUS KING BAND
03 Maggio 2017
Legend Club
Milano

Voto: 9,5
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A volte capita di tornare da un concerto ed avere un tale livello di adrenalina per cui non si riesce a prendere sonno, con le orecchie piene di ciò che si è appena ascoltato (e non è il ronzio causato dal volume). Ecco; lo show della Marcus King Band rientra in questa categoria.

Vent’anni di blues

20 anni, dalla South Carolina, figlio d’arte Marcus ha il blues che gli scorre sin da piccolo nelle vene e che gli riempie orecchie e cuore. Sul palco, per la prima volta in Italia, appare con un cappellaccio in testa arricchito dalle piume, capelli lunghi sulle spalle e basettoni: un vero look da anni ’70 così come la sua musica riconducibile a quel decennio. E’ un “southern rock” chitarristico, ricco di molte sfumature: blues in primis, ma anche fughe verso il jazz, il r&b, il soul ed accenni funk. Ricca la band con una martellante base ritmica a cui si aggiungono le tastiere (Hammond su tutto) ed una sezione fiati composta da tromba/trombone e sax (giusto citare la band: Jack Ryan alla batteria e alle percussioni, Stephen Campbell al basso, Matt Jennings alla tastiera e organo, Dean Mitchell sax e Justin Johnson alla tromba, trombone e cori).

Gestire gli assoli

Sin da subito appare chiara la direzione di questo show: ampio spazio all’improvvisazione in alternanza tra gli strumenti su lunghissima fughe musicali. A volte il giovane band leader si trova a “dirigere” il traffico degli assoli: un gesto e partono le tastiere, un altro ed è la tromba o il sax a prendere il comando della musica. La voce di Marcus è leggermente nasale, ma assai calda, avvolgente e mai urlante anche se non originalissima. A tratti ricorda (tra gli altri) Rod Steward.

Ovviamente la protagonista assoluta è la chitarra i cui assoli vengono spesso punteggiati dai fiati e dalle tastiere. Nelle parti lente le costruzioni sonore sono elaborate con intrecci tra i diversi strumenti. È però un attimo perdersi in un sax o in un assolo di chitarra e ritrovarsi assorbito dalla musica cullati da un’incessante base ritmica che inevitabilmente segui con la testa o con il piede (non è però musica che invita al ballo).

Tutto dilatato e lunghe cavalcate elettriche

La canzone è una “scusa” una parentesi aperta e chiusa senza soluzione di continuità dentro la quale ci sta un mondo di musica, dilatato e creato al momento, una sorta di flusso creativo fatto da ripetuti fraseggi o da diverse atmosfere, ora pacate che però subiscono più o meno velocissime accelerazione diventando così più furiose o virate allo psichedelico. Grande è l’affiatamento nella band e grande è la fluidità musicale che mettono in campo.

Il risultato sono lunghe cavalcate elettriche di grande sostanza che lasciano la musica assoluta protagonista della scena dove ovviamente nulla è “contorno”. Poche luci, ottima resa acustica, niente “fondali” o orpelli scenografici. La “storia” si fa al momento, ogni concerto è per questo unico ed irripetibile e sebbene Marcus conceda poco alla platea (solo un paio di occasioni ha coinvolto “direttamente” il pubblico), non si ha un senso di freddezza ma l’esatto contrario. Marcus lascia che sia la sua sanguigna musica ad occuparsi degli ascoltatori, lascia che siano le strutture dilatate delle composizioni a guidare, scaldare ed avvolgere chi sta sotto il palco.

Teste canute tra il pubblico

Una musica per fini intenditori, tante teste canute tra i presenti (a dispetto dell’età del protagonista) ma tutti grandi appassionati che hanno accolto con estremo piacere ed emozione il giovane artista americano che ha portato a casa in poco più di due ore di show il pieno bottino della serata.

A fine concerto Marcus a firmare i cd al banchetto del merchandising chiacchierando con il pubblico. L’ultima sua produzione discografica è l’omonimo CD “”, uscito lo scorso 7 ottobre per Fantasy Records/Universal.

Da non perdere al prossimo giro. Astenersi amanti suoni e musica “plasticosi”

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