IMANY: petali di rosa, battiti al cuore e sinergie Soul Power. Recensione concerto

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 IMANY
27 Ottobre 2016
Alcatraz
Milano

Voto: 9
di Massimo Pirotta

Foto di Valeria Codara

C’è un locale pieno per tre quarti e che è già in perfetta sintonia e familiarità con Imany, artista francese, di origini africane. C’è grande attesa. Campeggia ovunque, è un buon segnale. Rimarcato dall’apparizione dei musicisti, accolti da fragorosi applausi. L’inizio è corposo, un crescendo di suoni istantaneo e che, da subito cattura.

Imany è accompagnata da un band di sette elementi, con tanto di deliziosi archi che a meraviglia si coniugano sul battere tamburi iniziale. Il resto lo fa la sua incantevole voce, con più timbriche e torsioni vocali e che sono torrenziali coordinate di riferimento. E’ un mix di Tracy Chapman (e se vogliamo di Joan Armatrading), Nina Simone, India.Arie, Lizz Wright. Se poi ci piace scartapellare e non possiamo sottrarci all’eterogeneità qualche richiamo alle Zap Mama e a Les Nubians ci possono pure stare. Anche se vanno spostati più a Sud, dalle parti di Rokia Traorè e Oumou Sangare. Perchè qui le liriche non sono certo accomodanti, sono sul “tosto” e “lava cervello” più che “mi piace” (e basta).

 Ci sono dei No: alla guerra, alla violenza sulle donne, c’è un impegno sociale extra-musicale che  è tecnicamente perfetto con i fasci di luci bianchi e un megafono che diviene norma per una canzone. E a proposito di queste ci sono tutte le moltiplici influenze che confluiscono in “Shape Of A Broken Heart”, “Take Care”, “Don’t Be So Shy”,  “Silver Lining (Clap Your Hands)”, le prime che mi vengono in mente. Raffinatezza delle ballads, emblematici affreschi elettroacustici, tutta la vivacità delle superfici e dei sottosuoli delle cronache della musica soul, il declinare verso la canzone francese, gettiti spray rhythm’n’blues, trasparire afro-reggae.

“My voice, one guitar, your heart”, dice. In questa frase c’è tutto. Cioè l’alto valore artistico dei suoi cardini espressivi. Ha a cuore i movimenti per i diritti civili, menziona Nelson Mandela e allora, mi chiedo che senso abbia ritornare sul suo passato da modella o da pierre in un locale di striptease? Qualche copia in più strillonata e venduta? Mah! Meglio sottolineare la sua padronanza sul palco, le ipotesi che divengono realtà con la band, l’elegante gestualità, le coinvolgenti propensioni alle danze, la potenza vocale anche se priva di microfono. E se questo diventa un supporto tecnico Anni 50 ci sono tutti gli ascolti di Billie Holiday che fanno capolino. Ci sono i repentini cambiamenti di ritmo su alcune canzoni (inizio pacato, finale infuocato, praticamente due canzoni in una).

La platea ondeggia, balla, è battito di mani.  Imany che imbocca altri percorsi: ci sono un Freddy Mercury che vorrebbe la pelle nera (“Mamaaa…” African Rhapsody ?!?!) e perchè negarla, c’è una “mentina” pop Anni 80 (“Sign Your Name” di Terence Trent d’Arby”) che vuole tramutarsi in un incipit nell’apparente calma di un giorno qualsiasi in una banlieue francese, perchè sottrarsi?. Fattori maturati col tempo e che ora sono ideonei per lo scorrere sottopelle e il necessario riflettere. Ecco perchè il finale è una jam session danzante e collettiva, in cui Imany scende dal palco, canta, corre e balla tra la folla (fa due volte il giro dell’Alcatraz). Filigrana per un tripudio “general” tra i manti erbosi, i campi floreali, le dune e le sabbie mobili delle moltitudini in vita e in movimento.


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