TORTOISE: le complesse ma fascinose trame sonore Recensione del concerto di Milano

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Voto: 👏👏👏👏

A dieci anni di distanza dalla loro ultima presenza in Italia i TORTOISE tornano nel nostro paese per presentare il nuovo album “Touch” uscito a ottobre 2025 (a nove anni di distanza dal precedente lavoro).

L’attesa per il ritorno della band di Chicago era alta perché la prima data annunciata per il 25 gennaio a Perugia è andata sold out in breve tempo e così l’organizzatore ha giustamente pensato bene – vedendoci giusto – di riportare il gruppo nel nostro paese per altre due date: questa di Milano e una a Bologna, entrambe sold out.

La band

I Tortoise (Dan Bitney, John Herndon, Douglas McCombs, John McEntire e Jeff Parke) si sono formati a Chicago nel 1990 e sono considerati tra i pionieri e i massimi esponenti del post-rock. La loro è una musica quasi interamente strumentale che fonde generi apparentemente distanti tra loro comejazz, elettronica, minimalismo, dub e krautrock tutto con una forte propensione ritmico/ipnotica, vista anche la presenza poco usuale di ben due batterie. Tutto nel loro progetto è compatto, sia dal punto di vista sonoro come da quello dello stare sul palco, dove di fatto non esiste un frontman, ma un ensemble di musicisti che fa fronte unico.

Il live a Milano

Sul palco di Milano, i TORTOISE si presentano per quello che sono oggi: cinque signori dai capelli (laddove ci sono) e dalle barbe bianche che sembrano professori universitari, ma in realtà sono custodi di un segreto sonoro che non ha età (neanche tra il pubblico dove diverse generazioni si appassionano all’unisono).

Chi è venuto cercando lo “spettacolo” nel senso moderno del termine è rimasto deluso, ma chi cercava la Musica ha trovato un tempio.

L’essenza del suono: sentire, non guardare

L’estetica del live è ridotta all’osso. In un’epoca di visual psichedelici e schermi LED, i Tortoise scelgono il minimalismo: le luci cambiano colore (quando cambiano), ma restano fisse, immutabili per tutta la durata di ogni brano. Non c’è nulla che distolga dall’essenza. È il classico concerto in cui si va per ascoltare, non per guardare.

L’impatto dal vivo trasforma radicalmente l’esperienza del disco: le trame si ispessiscono, diventano più robuste e appassionanti, creando un coinvolgimento fisico che tra le mura domestiche è impossibile replicare. Nonostante questo la band americana non è mai “spigolosa” o ruvida (solo in un paio di episodi) ma piuttosto “abbracciante”.

L’architettura della performance

Le composizioni dei Tortoise non sono “canzoni” nel senso canonico, ma brevi viaggi, piccoli microfilm sonori capaci di evocare sensazioni ed emozioni profonde. Il loro segreto risiede nella dinamica. Le costruzioni sonore sono complesse con brani che si evolvono attraverso crescendo che portano sino ed esplosioni finali liberatorie. Ma ci sono momenti in cui le atmosfere diventano oniriche, quando la musica si fa rarefatta, intima e rilassante, lasciando affiorare venature progressive che portano la mente a viaggiare. Variazioni che si trovano anche nell’evoluzione del singolo brano.

Nell’economia dello spettacolo sorprende la totale intercambiabilità dei musicisti. I batteristi (sono in tre a sedersi dietro i tamburi) giocano su ritmi incredibili e incalzanti, spesso suonando in coppia per poi lasciare le bacchette e imbracciare basso o tastiere (creando sovrapposizioni inedite come il doppio basso), o ancora dedicarsi allo xilofono.

Il ritmo come protagonista

Mentre le tastiere disegnano percorsi sinuosi dai suoni curati, accompagnate da chitarra e basso, è proprio la batteria a salire spesso alla ribalta, diventando il cuore pulsante e narrativo della scena.

Sovente il ritmo si stratifica con le melodie in un gioco di architetture sonore complicate, ma mai pesanti.

Nonostante la complessità delle strutture, il concerto scorre con una fluidità sorprendente. Le variazioni continue mantengono alta l’attenzione senza mai risultare ostiche, e anche la durata dello spettacolo, intorno all’ora e mezza, risulta corretta.

I Tortoise hanno dimostrato che la loro musica, per quanto strumentale, quando è così densa e onesta non ha bisogno di altro se non della propria vibrante e sostanziale presenza.

Molto bene.

Scaletta

Night Gang
Monica
In Sarah, Mencken, Christ and Beethoven There Were Women and Men
I Set My Face to the Hillside
Promenade à deux
Vexations
Works and Days
Layered Presence
Ten-Day Interval
Gigantes
Axial Seamount
Crest

Encore:
Prepare Your Coffin

Encore 2:
Dot/Eyes

https://www.facebook.com/TRTSband


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