YO LA TENGO: Un doppio concerto per una doppia anima. Recensione concerto live Milano

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There’s A Riot Going Tour
15 Maggio 2018
Fabrique
Milano

Voto: 7
di

Dopo un lungo silenzio lo storico trio dei ritorna sul palchi d’Europa per presentare, con estremo ritardo, il loro disco Stuff Like That There, che risale al 2015.

In questo giro di date la band del New Jersey arriva a Milano per un’unica data italiana. E’ anche una delle ultime: il tour europeo si conclude infatti due concerti più in là altrettanti giorni dopo.

Pur essendo una band ormai di culto erano molto attesi, sulla scena musicale dalla metà degli ‘80 la formazione (sempre uguale: Ira Kaplan (chitarra tastiere e voce), sua moglie Georgia Hubley (batteria, tastiere, chitarra e voce) e James McNew (basso, contrabbasso, chitarra e tastiere) riempie (non al sold out) il locale milanese pur nella sua versione ridotta, con un pubblico molto variegato composto da “teste bianche” ma anche da molti giovani (anche se non giovanissimi) (in realtà c’era pure una vispa coppia di bimbi di pochi anni).

Il trio americano propone un doppio concerto, nettamente e fisicamente diviso in due parte, distinte e complementari. S’inizia con una sezione acustica, sperimentale per arrivare ad una seconda molto più noise e non solo.

Parte prima

L’inizio del concerto è subito avvolgente, segnato da una parte esclusivamente sonora che spiazza. I tre si dilettano tra chitarre e tastiere elettroniche puntando tutto sull’atmosfera, sulla ricerca sonora. Sono brani uno dentro l’altro in una sequenza che non lascia spazio nemmeno agli applausi in cui si viene trasportati in un mondo musicale a tratti dissonante e molto “concettuale”, con qualche digressione psichedelica in cui spicca la consistente assenza ritmica. E’ un lungo momento molto d’ascolto, in cui la fisicità della musica è completamente abbandonata. Momenti di grande intensità lasciano spazio a ben più brevi periodi in cui la musica fruisce più “liquida” e veloce. In generale però la batteria è spesso assente o viene sostituita da un pattern elettronico su cui i tre musicisti giocano con dei synth o con la chitarra da cui vengono estratti delicati suoni, qualche lieve arpeggio oppure anche uno sconclusionato assolo di acustica. E’ una parte un po’ onanistica per chi suona, anche se il pubblico, immobile ed in ascolto (poche chiacchiere) sembra essere catturato da questa magmatica e enigmatica formula musicale. Certo un tale ambiente sonoro non è perfettamente adatto al club, richiederebbe un ascolto più teatrale. In sostanza la prima ora del concerto scivola su un noise acustico, un minimalismo sonoro (e ritmico) a tratti affascinante in altri “stordente” e dissonante. Ma è un parte del tutto.

Dopo un’ora si accendono le luci e si conclude il primo set dei .

Parte seconda

Una decina di minuti separa i due set. Quando i tre risalgono sul palco si ricomincia laddove la prima parte era terminata, con un brano in cui non si capisce se stia accordando la chitarra o se è così il brano stesso. Ancora una volta siamo in un mondo d’atmosfera, rarefatto e questa volta quasi claustrofobico. Ma poi, come d’incanto cambia tutto…..

La Hubley si siede dietro la batteria e non si alzerà più, McNew imbraccia il basso elettrico (ed a parte qualche digressione con il contrabbasso e chitarra) non lo abbandonerà più. Ira invece si piazza dietro una tastiera/organo che inizia a maltrattare, dando vita ad un nuovo capitolo. Qui tutto si fa muscolare, è un viaggio dal noise al pop andata e ritorno, è una dimostrazione di potenza sonora ben controllata e ben calibrata. Pare una nuova band quella che c’è ora sul palco, in cui la delicatezza viene messa da parte a vantaggio della potenza, della fisicità, del ritmo. E’ un momento intenso che vede anche Kaplan abbandonare la chitarra in loop sul palco e scendere in platea in mezzo al pubblico a cantare (per poi tornare sul palco rifiutando anche la mano d’aiuto propostagli dal bassista). E’ un’altra ora di energia pura che si catalizza nel lunghissimo finale. Un fulminante e martellante riff di basso accompagnato da un altrettanto potente batteria è la base su cui si sviluppa un brano che parte con assoli a ripetizione di chitarra elettrica che alla fine viene grattugiata, sfregata, maltrattata, picchiata, scordata producendo suoni lancinanti ed abrasivi in un’eccitante orgia di suoni e rumori catartici. Sino all’ultima rabbiosa nota che conclude il set prima dei bis. Solo quest’ultima folgorante parte vale il prezzo del concerto.

Dunque luci ed ombre, chiaro e scuro su questo concerto che comunque mette in mostra una band capace di sperimentare, coraggiosa che non guarda le mode e le necessità del pubblico.

Un concerto per palati fini.

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