THE MANHATTAN TRANSFER: comunque unici e inarrivabili anche con il nuovo cantante. Recensione

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THE MANHATTAN TRANSFER a Milano
45th Anniversary Tour
12 Maggio 2018
Blue Note
Milano

Voto 8,0
Di Giorgio Zito

MANHATTAN TRANSFER a Milano recensione

La più grande vocal band della storia del jazz torna al Blue Note di Milano, ma questa volta lo fa con un disco recentemente uscito e, soprattutto, con il nuovo cantante che ha preso il posto dello scomparso Tim Hauser, fondatore della band.

Due domande

Due gli interrogativi che serpeggiano prima del concerto: dopo oltre quarantacinque anni di attività, saranno ancora in grado di portare quella ventata di innovazione nel mondo del canto jazz che è stata la loro arma principale? Delle loro qualità tecniche ovviamente non si discute, ma la fantasia, nella composizione e nella scelta del materiale, per alcuni inizia a dare segni di cedimento. L’altra domanda riguarda il nuovo acquisto Trist Curless, ed il compito difficilissimo a lui affidato: sostituire il grande Tim Hauser.

Il nuovo vocalist

Curless si presenta subito bene con il primo brano in scaletta, “Topsy”, l’impressione è buona, e già con il secondo brano il quartetto conquista tutti: “Four Brothers” non è solo uno dei loro cavalli di battaglia, ma il vero e proprio inno della band. L’esecuzione è perfetta e loro sul palco dimostrano ancora quella vera e propria gioia nel cantarla che li ha sempre contraddistinti. La band che li accompagna è costituita da un semplice trio, ma di musicisti notevoli: bravissimi i due giovani Ross Pederson alla batteria e Phil Palombi al contrabbasso, perfetto il loro compagno di sempre al pianoforte, Yaron Gershovosky.

I classici

Si avvicina il quarantacinquesimo anniversario dell’uscita dell’omonimo disco, presentato come il loro esordio (anche se in realtà fu anticipato nel 1971 da Jukin’, il disco con Gene Pistilli), e ne approfittano per presentare una sequenza di quattro brani in un medely aperto dalla splendida e travolgente “That Cat Is High”, proseguito con “Java Jive” ed i consueti virtuosismi che il brano consente, anche se manca la verve di Tim Houser sul palco, “Tuxedo Junction” e chiusa infine da una bellissima versione di “Operator”, in cui il quartetto viaggia verso il gospel coinvolgendo il pubblico, con una bravissima Janis Siegel scatenata nel finale. L’altra voce femminile, Cheryl Bentyne, non è da meno in “10 Minutes Till the Savages”.

“A-Tisket, A-Tasket” è un altro brano capolavoro del loro repertorio (ripreso da quello di Ella Fitzgerald) e qui è di nuovo Janis Siegel a dare prova della sua grande verve e delle sue capacità vocali, con tanto di simulazione dell’assolo di tromba con la voce.

“Until I Met You (Corner Pocket)” è un brano corale presentato in una versione ottima, che dà modo ai quattro di dividersi in ugual misura le parti cantate. Gli impasti vocali sono perfetti, le quattro voci sono una vera orchestra, quattro strumenti che viaggiano seguendo partiture diverse per ritrovarsi poi all’unisono. Il brano è dedicato a Tim Hauser, che lo portò nel repertorio della band prendendolo da quello di Count Basie. Un altro omaggio a Tim Houser lo offre subito dopo Janis Siegel, che resta da sola sul palco per una splendida e sentita versione del classico di Smokey Robinson “The Tracks of My Tears”.

 Manhattan Transfer
Foto John-Abbott
I nuovi brani

I brani del disco nuovo presenti in scaletta sono concentrati nella parte finale del concerto. Tra questi, spicca la loro versione di “Cantaloop” degli US3, che a loro volta ripresero la celebre “Cantaloupe Island” di Herbie Hancock per un omaggio alla storia della musica black, omaggio che i Manhattan Trasfer portano fino al rap con uno dei momenti più belli del concerto, insieme al brano di chiusura, altro cavallo di battaglia del quartetto, quella “Birdland” in cui ritroviamo tutto il loro amore per la storia del jazz, e la loro grande capacità di trasmettere questo amore sempre con una grande gioia. Un solo bis, la cover di “Tequila” (presente nel nuovo album): brano sicuramente molto conosciuto, ma anche per questo forse una scelta un po’ scontata, anche se la loro versione è comunque originale. Altri vertici però avevano toccato in passato, riprendendo brani come, ad esempio, “Tutu” di Miles Davis.

Unici e al momento inarrivabili

I Manhattan Transfer si confermano comunque come unici e al momento inarrivabili, non solo per le indiscutibili capacità tecniche, ma anche per il loro modo di stare sul palco, con grande semplicità e familiarità col pubblico, dimostrando tutto il piacere e la gioia che provano nel cantare. Un’ora e venti di grande musica sempre con il sorriso sulle labbra.

Due annotazioni sul Blue Note: pochi locali a Milano, e non solo a Milano, offrono la possibilità di ascoltare e vedere concerti in maniera così perfetta da ogni posizione. Non si capiscono però l’abitudine, tutta americana, della cena durante il concerto, e soprattutto dei due spettacoli consecutivi, che obbliga la band a chiudere forzatamente il primo concerto alle 22,30, inibendo così la possibilità del pubblico di chiedere eventuali bis.

MANHATTAN TRANSFER a Milano recensione

Set list

Topsy
Four Brothers
That Cat Is High
Java Jive
Tuxedo Junction
Operator
10 Minutes Till the Savages Come
A-Tisket, A-Tasket (Ella Fitzgerald cover)
Until I Met You (Corner Pocket) (Count Basie & His Orchestra cover)
The Tracks of My Tears
Cantaloop (Flip Fantasia)
Sometimes I Do
Birdland

Encore:
Tequila (The Way of the Booze)

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