BRYAN FERRY: L’impeccabile eleganza resta sempre tale Recensione

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BRYAN FERRY
2017 Tour
11 Maggio 2017
Teatro Arcimboldi
Milano

Voto: 7
Di Luca Trambusti

Parte da Milano (in una tempestosa sera) il tour 2017 di Bryan Ferry. La nuova serie di concerti va a consolidare quella dell’anno precedente, dove i sold out erano praticamente la norma e l’entusiasmo del pubblico non ha mai abbandonato l’artista inglese.

Ferry chiama e Milano risponde con un Teatro degli Arcimboldi pieno e ovviamente ben disposto nei confronti dell’ex Roxy Music. Preceduto dalla performance di Judith Owen quando Ferry sale sul palco, dopo la band, viene coperto dagli applausi. Da lì inizia uno show intenso, con differenti stadi emotivi e molte eterogenee atmosfere. Purtroppo però la resa sonora non sembra delle migliori: il suono è pieno di toni bassi (complice anche il groove del basso) e la voce risulta poco brillante, molto annegata all’interno del complesso sonoro.

La scaletta dell’ora e mezza di esibizione è un viaggio nella storia di Ferry, dai Roxy Music sino all’ultimo suo album da solista (Avonmore del 2014) passando anche per la rilettura di “Like A Hurricane” di Neil Young (che diventa lenta e con la chitarra affiancata al sax). Il concerto è nella prima un continuo alternarsi di atmosfere più robuste con altre più intime. Molti sono i momenti in cui la fisicità lascia spazio all’emotività, alla riflessività. Sono le occasioni in cui meglio si gode della dimensione teatrale. Le atmosfere sono sinuose, sussurrate ed introspettive, in alcuni momenti la voce di Ferry si fa bassissima (di tono) e sembra di essere precipitati nel mondo di Cohen. Quando invece la band spinge la pressione sonora è forte e cambia completante l’impatto ed anche il pubblico sembra gradire di più.

Una nota la merita la band. 10 sono gli elementi sul palco; oltre alle quote rosa, ai cori, al violino ed ai sax, ci sono un ulteriore corista, due chitarristi, un tastierista, basso e batteria. Una formazione di grande spessore a cui Ferry (sovente al piano) lascia grande spazio. A contendersi il ruolo di strumento guida ci sono le due chitarre ed il sax che spesso prende la scena ed è protagonista assoluto. A chiudere la prima (ideale) parte del live ci pensa proprio una sezione della band. Tutti uscono, restano solo tastiere, sax, chitarra acustica e violino i quali si alternano in parti soliste “ruotando” intorno ad un unico tema strumentale.

Al rientro del resto della band il concerto prende una piega differente, diventa più “fisico”, muscolare ed arrivano anche i classici dei Roxy Music. La musica si fa più leggera e tutto diventa fragrante e luminoso. Alla fine i bis vedono il pubblico in piedi assiepato sotto il palco ad applaudire il trionfatore ed icona rock Bryan Ferry.

Ancora una volta (pur con qualche limite sonoro e vocale) la famigerata eleganza del “dandy” Bryan Ferry è confermata. Tutto è preciso, niente è urlato, ogni suono, elemento ed effetto sul palco (incluso il look del cantante e della band) è all’insegna della sobrietà, della ricerca di una bellezza mai però fine a se stessa. Insomma, come dire: poche paillette e tanto smocking, ovvero la forma corrisponde anche alla sostanza.

A riportare tutti i presenti alla realtà ci pensa il muro d’acqua (una vera “bomba”) che scende dal cielo all’uscita del teatro.

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