JOE BONAMASSA a Milano: una notte di grande blues e chitarre incandescenti Recensione concerto e scaletta live
JOE BONAMASSA
Recensione concerto e scaletta live
04 novembre 2026
Unipol Forum
Milano
Recensione di Luca Trambusti
Sebbene abbiasuonatopiù volte in Italia (quello all’Unipol Forum è il ventesimo concerto nel nostro Paese),JOE BONAMASSAche abbiamo visto recentemente in Italia nel ’16, ’23 e ‘25, mancava da Milano dall’8 marzo 2014, quando si era esibito al Teatro degli Arcimboldi. Un’attesa lunga oltre dodici anni, finalmente interrotta da un concerto molto atteso, accolto da un pubblico numeroso e partecipe, pronto a celebrare uno dei più importanti chitarristi blues rock della scena internazionale.
Tra i grandi
Attivo professionalmente dal 1991, il musicista americano, oggi 49enne e con origini italiane (daG3), vanta una discografia sterminata e numerose collaborazioni illustri. Il suo nome occupa ormai un posto di rilievo nel pantheon delle grandi sei corde, grazie a uno stile che raccoglie e rielabora l’eredità di alcuni dei più importanti chitarristi della storia.
La sua discendenza musicale più diretta è probabilmente quella di Eric Clapton, con il quale ha avuto più occasioni di incrociare le chitarre, ma nella sua formazione si ritrovano anche le influenze di B.B. King, con cui ha suonato ancora bambino, Jeff Beck e Gary Moore, tutti chitarristi di grandissimo livello in ambito blues. Soprattutto, però, sono evidenti i riferimenti a Stevie Ray Vaughan e, ancora prima, a Jimi Hendrix, rispetto al quale Bonamassa appare meno furioso e viscerale, ma non per questo meno incisivo. Un patrimonio musicale importante, che lo ha portato a diventare un punto di riferimento per gli appassionati del blues e del rock, soprattutto per un pubblico cresciuto con questi linguaggi musicali.

Alle 20.00 si parte
Pochi minuti prima delle 20, le casse diffondono “Tuff Enuff” dei The Fabulous Thunderbirds. È il segnale che il concerto sta per cominciare. La band sale sul palco e attacca immediatamente con grande energia, concedendo subito spazio a un assolo di organo e poi a quello della chitarra.
Accanto al protagonista troviamo un chitarrista ritmico, al quale Bonamassa concede occasionalmente anche qualche spazio solistico, un bassista particolarmente potente, un batterista dalla mano pesante, capace di sfoderare anche una doppia cassa dal sapore quasi metal, due coriste e un tastierista che alterna pianoforte e, soprattutto, organo. Una formazione che contribuisce a costruire un impianto sonoro dal forte sapore anni Settanta, ma perfettamente calato nei tempi moderni.
L’architettura musicale dello spettacolo si definisce fin dalle prime battute: tastiere organo (che in alcuni casi ricorda certe cose dei Deep Purpleodei Doors) e chitarra si dividono il ruolo di protagoniste, si rincorrono e si scambiano gli assoli, sostenute da una sezione ritmica solida e muscolare. Ma, naturalmente, il centro di tutto rimane la chitarra elettrica affidata alle mani di Bonamassa, che mette in mostra
Intensità e velocità
I brani si trasformano spesso in lunghe cavalcate strumentali, costruite proprio per lasciare spazio alle improvvisazioni. A colpire, però, non è soltanto la velocità o la precisione esecutiva del chitarrista americano, quanto la fluidità del suo fraseggio e, soprattutto, la capacità di governare la dinamica. I suoi assoli sanno essere potenti e aggressivi, ma anche delicati e emozionanti; possono correre a velocità impressionanti oppure rallentare, caricandosi di intensità. E spesso queste diverse sfumature convivono all’interno dello stesso brano. È proprio questa alternanza a rappresentare una delle chiavi di lettura dell’intero concerto, nel quale ballate elettriche dal ritmo mid-tempo si affiancano a blues incandescenti e a momenti più marcatamente ritmici.

Di fronte a musicisti dotati di un simile bagaglio tecnico, il rischio è quello di cadere nell’“assolismo”: il virtuosismo fine a se stesso, il puro sfoggio di abilità strumentale che finisce per soffocare sentimenti, emozioni e spettacolo. Non è però questo il caso di Bonamassa. Qui gli assoli non sono una semplice dimostrazione di bravura, ma diventano parte integrante del racconto musicale. Una musica che, per storia e tradizione, nasce dall’anima e continua a conservare questa origine, anche dopo aver incontrato l’elettricità nelle strade di Chicago e aver intrecciato il proprio percorso con quello del rock contribuendo alla reciproca evoluzione.
La scaletta scorre senza concedere praticamente pause e comprende anche alcune cover, tra cui due brani del grande Rory Gallagher, omaggi che si inseriscono perfettamente nel percorso musicale della serata. Qualche cedimento nella tenuta complessiva si avverte forse verso il finale, ma non mancano momenti di autentico trionfo.
Da segnalare tra i momenti più interessanti della serata la versione di “Me and my Baby” che parte con un potente riff di chitarra sulle note di un piano quasi Honky tonky, ma lo svolgimento del brano è torrido, tanto che le coriste sventolano grandi ventagli per difendersi dalla temperatura altissima del brano con si arricchisce sul finale di un duello chitarra vs piano. Il vertice arriva con la lunghissima “Last Kiss”, una vera esplosione di energia nella quale gli assoli di Bonamassa diventano pirotecnici, travolgenti e assolutamente coinvolgenti. La base ritmica pulsa inizialmente con un andamento quasi sincopato, per poi accelerare progressivamente e accompagnare la chitarra in una cavalcata di velocità e potenza. Un momento da brividi, nel quale tecnica e spettacolo trovano il loro punto di incontro.
Non si può essere indifferenti
Quello diJoe Bonamassaè un concerto che difficilmente può lasciare indifferenti. Si può semplicemente seguire il ritmo (e quello del blues non è complesso), lasciarsi conquistare dalla sua straordinaria abilità chitarristica oppure immergersi completamente in una musica che, pur mettendo in primo piano il virtuosismo, non perde mai la propria capacità di coinvolgere. Perché il blues, nelle mani di Bonamassa, resta una materia viva, appassionata e appassionante.
A contribuire alla riuscita dello spettacolo anche un’ottima acustica, che ha permesso di distinguere chiaramente strumenti e singole sfumature sonore. La batteria, potente e presente, si è integrata perfettamente nell’impasto complessivo, mentre il basso ha avuto una presenza particolarmente evidente, dando ulteriore corpo alla sezione ritmica.
Insomma, per dirla con il caro Fabio Treves: «Blues alle masse». E così sia!

Scaletta
Break through
Trigger Finger
24 Hour Blues (Bobby “Blue” Bland cover)
Mainline Florida (Eric Clapton cover)
I Fall Apart (Rory Gallagher cover)
Me and my Baby
Drive by the Exit Sign
Happier Times
LastKiss
Shout about it
Well, Well / Stratus
A Million Miles Away (Rory Gallagher cover)
Encore:
Sloe Gin (Tim Curry cover)
https://www.facebook.com/JoeBonamassa







