MELANCHOLIA: il ritorno è una maturazione senza cancellare l’istinto Recensione concerto e scaletta live Foligno
MELANCHOLIA
Recensione concerto e scaletta live
23 ottobre 2026
Spazio Astra
Foligno (Perugia)
Testo e foto diClaudia Di Meo
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel tornare a casa. Non per raccontare quanto si è cambiati, ma quanto si è cresciuti. È forse da questa consapevolezza che nascelascelta deiMELANCHOLIAdi inaugurare il nuovo tour a Foligno, la città in cui la band è nata nel 2015. E di farlo allo Spazio Astra, un ex cinema che conserva intatta la memoria del luogo e persino i suoi arredi: poltroncine rosse, luci soffuse, vinili appesi alle pareti, tende. Ogni dettaglio sembra rimasto al proprio posto, come se il tempo avesse deciso di non cancellare nulla.
Il ritorno nell’ex cinema
Una cornice perfetta per una band che da sempre si affida al cinema e alle immagini per raccontare la propria musica. Del resto, cinema e musica condividono la stessa vocazione: costruire mondi nei quali riconoscersi, attraversare emozioni, dare forma a ciò che spesso sfugge alle parole.
Il vecchio Astra diventa così il luogo di un ritorno e, insieme, di una ripartenza. Davanti al pubblico di casa, iMelancholiapresentanoI figli della pioggia, il nuovo lavoro che inaugura un capitolo inedito della loro storia. Non un seguito di quanto è venuto prima, ma una scelta coraggiosa, a partire dalla decisione di abbandonare l’inglese per scrivere e cantare, per la prima volta, interamente in italiano.
Si parte subito conArya, una delle tracce del nuovo EP: un brano che intreccia drum and bass, alternative rock ed elettronica, affrontando il tema degli attacchi d’ansia e del bisogno di ritrovare il respiro. È un ingresso diretto, senza preamboli, che mette immediatamente in chiaro la direzione del nuovo progetto.

Un nuovo acquisto e la conferma di Benni
Sul palco ci sono Fabio, Filippo e Andrea, alla batteria, entrato nella formazione, mentre al centro di tutto c’è Benni, Benedetta Alessi. Un talento vocale che non chiede permesso. La sua voce è il luogo in cui la musica deiMelancholiaprende corpo, diventa contraddizione, vulnerabilità e potenza. Ma a colpire, soprattutto, è la libertà con cui Benedetta la mette al servizio delle canzoni.
Può passare dall’intimità a una presenza sonora aggressiva, attraversare le melodie senza perdere intensità, cambiare registro e colore con una naturalezza sorprendente. Può cantare in ogni modo possibile, in piedi, sedutaoin ginocchio, scegliendo di volta in volta la misura e la tensione più adatte. Si concede questa libertà perché possiede gli strumenti per sostenerla. In una parola: talento.
Se Benedetta è il cuore emotivo del concerto, gli arrangiamenti di Fabio, Filippo e Andrea ne costituiscono l’architettura essenziale. È nel dialogo tra la voce e il tessuto sonoro che prende forma l’identità della band: un equilibrio instabile, continuamente attraversato da tensioni, cambi di ritmo e aperture inaspettate.
Si canta in italiano
La scelta dell’italiano, inI figli della pioggia, avvicina le parole a chi ascolta e ne modifica la scansione, il peso e la musicalità. La lingua diventa parte integrante della composizione, imprime alle canzoni un ritmo diverso e apre nuove possibilità espressive. Una trasformazione che non riguarda soltanto i testi, ma investe l’intero universo sonoro del gruppo.
Per questo, quando il concerto prosegue con alcuni classici degli esordi come“Hypnos”,“Venom” e“Leon”, completamente riarrangiati, il passato non viene imbalsamato, né consegnato alla nostalgia. Viene rimesso in circolo, confrontato con la sensibilità di oggi e con il nuovo immaginario della band. In altre parole, viene vestito di nuovo.
Lo stesso discorso vale per“Alone”, che trova spazio in una veste rinnovata. NeiMelancholia, infatti, suono e immagine sembrano rincorrersi, contraddirsi e completarsi. Cambiare pelle significa rendere visibile una trasformazione che la musica sta già compiendo. È un passaggio importante, perché racconta una maturazione senza cancellare l’istinto. La band non rinnega la propria natura: dimostra, piuttosto, che un’identità può attraversare il cambiamento e sopravvivere anche a una lingua diversa.
Il nuovo disco “I figli della pioggia”
I quattro anni trascorsi lontano dalla scena pubblica non hanno coinciso, dunque, con un’interruzione della ricerca artistica. Il ritorno del 2026 si chiamaI figli della pioggiae va ben oltre una raccolta di sei nuove canzoni. Pubblicato il 23 ottobre, il lavoro inaugura una fase in cui iMelancholiascelgono per la prima volta di scrivere un intero progetto in italiano, costruendo una struttura narrativa che supera la semplice successione dei singoli. Quello che un tempo si sarebbe chiamato concept album.
Il disco comincia con una soglia e si conclude con una figura che sembra lasciare una traccia di sé a chi verrà dopo. Al centro della narrazione c’è il Bardo, personaggio immaginario che abita un mondo simile al nostro, ma vuoto e privo di voce. La pioggia riattiva in lui ricordi e consapevolezze. Non è, quindi, soltanto un elemento atmosferico: è memoria che ritorna, passato che rompe il silenzio, necessità di affrontare ciò da cui si è cercato di fuggire.
I temi del disco
In questo senso,I figli della pioggiasi comporta davvero come un diario. Non registra soltanto ciò che accade, ma segue il processo attraverso cui un’esperienza dolorosa può trasformarsi in conoscenza. Brani come“Schifo” e“Millelame” affrontano ansia, disorientamento, fragilità e desiderio di rinascita, muovendosi attraverso una musica che, pur aprendosi a forme apparentemente più accessibili, non rinuncia all’imprevedibilità. Alternative rock, synth-pop, punk ed elettronica, con incursioni nella drum and bass, convivono in un paesaggio sonoro mutevole, nel quale le canzoni cambiano forma perché cambiano le emozioni che le abitano.
Lo suggeriscono già i titoli, ruvidi e taglienti, lontani da qualsiasi tentativo di rassicurazione. Qui si racconta ciò che disturba, ciò che vorremmo respingere, ciò che continua a bruciare anche quando proviamo a ignorarlo. Il disagio non viene necessariamente spiegato o risolto, ma lasciato emergere attraverso una scrittura diretta e un impianto musicale capace di dargli corpo.

Parole e musica si fondono
La parola non viene mai separata davvero dal suono: entrambi concorrono alla costruzione di un’esperienza emotiva compatta, a tratti scomoda, ma mai indifferente. È una musica che non cerca di mettere ordine nelle contraddizioni, quanto piuttosto di attraversarle.
L’unica cover in scaletta è“Nightcall” di Kavinsky. Non un omaggio obbligato né un esercizio fine a se stesso, ma un punto di contatto con un immaginario che appartiene già alla sensibilità della band. Reso celebre anche grazie al filmDrivee reinterpretato, tra gli altri, dai London Grammar, il brano porta con sé un universo notturno fatto di sintetizzatori, atmosfere cinematografiche, inquietudine e fascino rétro. Sembra collocarsi a metà strada tra una scena di film e una confessione pronunciata nel buio.
Sono territori che iMelancholiaconoscono bene. Per loro, l’elettronica non è una semplice decorazione, ma uno strumento attraverso cui costruire ambienti emotivi e dare forma a sensazioni difficili da esprimere con il solo linguaggio del rock. Non sorprende, quindi, cheNightcalltrovi posto dopo l’intro del nuovo disco e subito prima diAlone: una sequenza che sembra mettere in comunicazione due mondi, quello della memoria cinematografica e quello, più personale, della trasformazione.
Poi arriva la chiusura, con un tocco quasi magico:Pillole. Un piccolo, autentico capolavoro, in cui testo e musica si fondono con una naturalezza rara, dando vita a uno di quei momenti in cui tutto sembra trovare il proprio posto.
Come le pagine di un diario
Le parole colpiscono in faccia come pietre, mentre la musica le accompagna, le decora e le ricama con precisione, grazie al lavoro di Fabio, Filippo e Andrea.Pillolearriva dritta al punto, senza scorciatoie né tentativi di addolcire ciò che fa male. C’è qualcosa di profondamente viscerale nella sua scrittura, nella capacità di trasformare il disagio in materia viva, restituendolo attraverso immagini e sonorità che si imprimono addosso.
La musica non è un semplice accompagnamento, ma una componente essenziale del racconto: si intreccia alle parole, ne segue le ferite, ne esalta le contraddizioni, muovendosi lungo quell’equilibrio sottile tra bellezza e inquietudine. È il momento in cui la tensione accumulata durante il concerto trova una forma compiuta, senza per questo sciogliersi in una risposta definitiva.
Difficile immaginare una cornice più adatta a un progetto comeI figli della pioggia, nel quale musica, immagini e narrazione sono pensate come parti di un unico universo. Proprio come nelle pagine di un diario, in quello del Bardo non tutte le giornate hanno lo stesso colore e non tutte le domande trovano una risposta. Ci sono cancellature, silenzi, spazi vuoti.
I Malincholia tornano, sono diversi ma ancora sorprendenti
Ma è forse questa la conquista più importante deiMelancholiadi oggi: essere diversi da quelli degli esordi senza aver perso la capacità di sorprendere, destabilizzare e lasciare un segno. Tornare a casa, in fondo, non significa ritrovare ciò che si era lasciato. Significa scoprire che cosa si è diventati.
E che, a volte, per ritrovare la propria voce, bisogna prima lasciare che torni a piovere.

“I Figli della Pioggia Tour”le prime date nei club italiani
23.10 — Foligno — Spazio Astra
30.10 — Misano Adriatico — Messicano Indipendente
31.10 — Torino — OFF TOPIC
01.11 — Parma — Casinetto Petitot
28.11 — Genova — TiQu
19.12 — Reggio Emilia — Catomes Tot
21.01 — Bologna — Covo Club
22.01 — Milano — ARCI Bellezza
https://www.instagram.com/melancholia_officialband
MELANCHOLIARecensione concerto Foligno
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