ELBOW: Atmosfere e semplicità che conquistano. Recensione

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ELBOW live Milano
07 Novembre 2019
Alcatraz
Milano

Di Luca Trambusti
Voto: 8

ELBOW live Milano

Quella degli Elbow è una delle più longeve band riconducibili al Brit Pop. 30 anni di carriera, sempre con la medesima formazione e nessun cenno di cedimento sia in discografia che dal vivo. Reduci dall’ultimo album “Giants of all sizes” la band di Manchester sta raccogliendo grandi successi anche dal vivo nel loro tour europeo. Unica tappa in Italia all’Alcatraz di Milano che, nella configurazione ”ridotta”, ha raccolto un discreto numero di fan. Molti, si scoprirà durante la serata, provenienti dall’estero (fin dall’Australia… che pensiamo però non essere arrivati apposta per l’occasione!).

Un concerto intenso

E’ un concerto molto intenso quello che mettono in scena gli Elbow. L’unica pecca è che forse sarebbe più adatto ad un contesto teatrale piuttosto che a quello di un club. Il controllo dei volumi, le dinamiche, le melodie, le atmosfere, a parte alcuni casi, si adattano molto ad un ascolto più “riflessivo”, meno d’impatto che è invece il pane per un club.

Ciò detto però non toglie nulla alla bellezza di questo show, che nella sua semplicità ed essenzialità conquista. Sono atmosfere intense, le architetture delle composizioni non sono banali, vivono spesso di crescendo ma mai esplosivi quanto “ragionati” ed emozionali.

Colpisce ancora la voce di Guy Garvey: calda avvolgente ed accogliente. Con lui sul palco Craig Potter (tastiere), Mark Potter (chitarra) e Pete Turner (basso). Alla formazione si aggiungono due violiniste/coriste che intervengono a sottolineare le melodie nei momenti opportuni.

Raffinati e convincenti

Musicalmente gli Elbow sono raffinati, convincenti e riescono a catturare sino in fondo l’attenzione. Va detto che il pubblico era per lo più formato da appassionati della band, che hanno cantato buona parte dei brani in scaletta, fermandosi solo sulle composizioni dell’ultimo album (che comunque a richiesta di Guy erano già in molti a possedere). E’ un concerto dunque d’atmosfera dove spesso le melodie vocali sono le protagoniste, ma non assolute. Infatti, le strutture dei brani prevedono ampi inserti musicali o lunghe aperture strumentali che suddividono così le attenzioni tra parti vocali melodiche e quelle musicali. Solo in alcuni brani il suono ed il volume si avvicina di più alle atmosfere da club. Ciò avviene in particolar modo in “White Noise, White Heat” (dall’ultimo album), “Little Fiction” (con una coda quasi progressive) e “Grounds For Divorces”.

A dare un assetto “teatrale” allo spettacolo contribuisce anche la parte “parlata”. Guy introduce ogni brano scherzando con il pubblico, con cui si intrattiene, lo interroga, ci dialoga, lo coinvolge. Addirittura prima dell’ultimo brano (il secondo dei bis) impegna la platea e la dirige in un coro muto assai partecipato dai presenti e che introduce la conclusiva “One Day”. Nella serata si lascia anche andare ad una breve disquisizione “politica” sull’unità dell’Europa partendo da quella che definisce la “fuckin’ Brexit”.

Catturano il pubblico

Gli Elbow catturano il pubblico, lo portano nel loro mondo, conquistano attenzione e consenso durante tutto lo show. Sanno come portarsi a casa la platea e lo fanno senza falsità o senza essere ruffiani. Lo fanno con la forza della loro musica, la sua “semplicità” (comunicativa e non strutturale o tecnica) e il complesso che la loro esibizione riesce a creare e trasmettere dal palco.

Senza tempo sanno vivere il presente restando fedeli alle loro radici.

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