MADRUGADA: un ottimo ritorno tra graffi, carezze ed eleganza. Recensione

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Live Milano
Reunion Tour
05 Maggio 2019
Santeria
Milano

Voto: 9
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Live Milano

Quella dei norvegesi è una delle più sorprendenti e piacevoli reunion degli ultimi anni. Nel 2008, con la scomparsa del chitarrista Robert Burås avvenuta nel 2007 e dopo il tour del nuovo disco (che risale al ’08, registrato prima del decesso), la band si ferma. Ora il nome torna sul palco anche per la celebrazione del ventesimo anniversario dall’uscita di “Industrial Silence”, il loro fondamentale album di debutto,

La band
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Per questo tour europeo ci sono tre dei quattro membri originali della band: Sivert Høyem (voce), Frode Jacobsen (basso) e Jon Lauvland Pettersen (batteria). A loro si aggiunge un chitarrista Cato «Salsa» Thomassen (per lungo tempo collaboratore della band) e il polistrumentista (chitarra, tastiere ed armonica) Christer Knutsen.

Il tour

Anticipato da due date norvegesi il tour sta ora girando per tutta Europa fermandosi in Italia per tre tappe. Quella di Milano era l’ultima e seguiva Roma e Brescia. La maggior parte del concerto è incentrata sulle canzoni del loro album di esordio “Industrial Silence” del 1999. Va in scena una piacevolissima reunion, fatto non certo scontato o così ordinario, spesso ne abbiamo viste di “inutili”. L’anima della band norvegese viene pienamente rispettata. Il loro ritorno è convincente, di grande potenza ed eleganza e non lascia trasparire l’assenza dal palco (a nome ), soddisfando anche i fan e tutti i loro “orfani”.

Graffi e carezze

Sin dalla partenza, dal primo brano, si capisce bene qual è lo stile e la filosofia musicale della band: graffi e carezze dispensate dalla musica che i mettono in mostra. La chitarra, elemento portante del concerto, ora graffia, ora è più morbida, il tutto anche all’interno dello stesso brano, come appunto “Vocal” che apre il set. Questi sono loro, questa è la loro musica, questo è il loro stile ed anche adesso, ad anni di distanza, niente cambia. A volte si sporca di blues, a volte si ammorbidisce in melodia, a volte si affacciano delle ballate. Su tutto poi la voce di Sivert Høyem, frontman perfetto ed accolto dal pubblico con una vera ovazione, che rammenta a tratti (per il suo tono basso ed intenso) ed a volte Michael Stipe (R.E.M.).

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Nelle due ore di concerto i si muovono con una grande dinamicità, che percorre le strade della potenza sonora, dei crescendo, dei ragionati cambi ritmici, con una grande abilità tecnica unita a un’invidiabile freschezza. I due chitarristi si scambiano i ruoli da solista, in alcune occasioni una delle due diventa slide.

Nel buio arriva Springsteen

Tra il giustificato (e non solo giustificabile) entusiasmo del pubblico il concerto a volte sorprende come quando arriva “Strange Color Blue”, dove, a un certo punto le luci del palco si spengono e nel buio più totale solo il fascio di una torcia elettrica, gestita dal cantante, illumina il pubblico. La sorpresa più grande la si ha quando il brano elettroacustico, nel buio, si trasforma lentamente in “State Trooper” dello Springsteen di “nebraskiana” memoria.

Cambia l’aspetto visuale

Da quel punto il concerto cambia leggermente nell’aspetto visuale. Se fino ad allora la concessione allo spettacolo era “zero”, la musica comandava il tutto, non c’erano distrazioni ed anche le luci erano sobrie e misurate, dal “gioco della torcia” si aggiunge qualche “delicato” elemento scenografico. Le immagini proiettate alle spalle della band, una giacca di lamé indossata dal cantante (con la relativa esplosione di luce), una mirror ball ed una differente gestione del light show. Sono piccoli elementi che non cambiano la sostanza dello spettacolo dove la musica, il suono ed i musicisti (intesi come fattore umano e non solo tecnico) sono il centro di tutto.

Due tempi

Appassionati e coinvolgenti i dividono il concerto in due parti: un’ottantina di minuti la prima, una quarantina la seconda; quest’ultima non è composta dai bis ma è una sorta di vero e proprio secondo tempo diviso solo da pochi minuti di attesa e senza differenze stilistiche.

Bentornati

Un piacevole e ben riuscito ritorno che mostra una band solida, radicata nella sua storia ma senza un velo di nostalgia. Una reunion centrata, sicura e potente che conferma quanto di buono in dieci anni di attività hanno fatto questi musicisti norvegesi e dimostra come anche un album di 20 anni possa avere una sua vitalità, un suo perché ancora oggi.

I Madrugada sono un ulteriore motivo per amare la Norvegia, un paese bellissimo ed ascoltandoli (sarà un’eccezione?) si azzera la storiella della freddezza dei popoli nordici.

MADRUGADA Live Milano

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