BANDABARDÒ: è stato ed è un viaggio fantastico, parola di FINAZ INTERVISTA

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Nel 2001 i Bandabardò pubblicarono “Se rilasso… collasso”, disco dal vivo che riassumeva il tour del terzo album in studio “Mojito Football Club”.

Album e tour furono il “combo” che permise alla formazione fiorentina guidata da Enrico “Erriquez” Greppi, scomparso nel 2021, di conquistare un vero posto al sole e di consolidarsi a livello mediatico ma soprattutto di pubblico.

Dopo tanti concerti, a 25 anni da quel disco dal vivo, che fotografa lo stato dell’arte della band, esce una ristampa rimasterizzata: già disponibile in digitale (ASCOLTA QUI), mentre più avanti verranno pubblicati per la prima volta il vinile e il CD.

Oltre all’aspetto discografico, questo anniversario è l’occasione per ripartire con i concerti. La band sarà protagonista di nove date indoor in giro per l’Italia con questo calendario:

– 6 marzo 2026 — Perugia, Afterlife
– 7 marzo 2026 — Roma, Largo Venue
– 13 marzo 2026 — Torino, Hiroshima Mon Amour
– 14 marzo 2026 — Segrate (MI), Circolo Magnolia
– 20 marzo 2026 — Livorno, The Cage
– 21 marzo 2026 — Genova, Crazy Bull
– 28 marzo 2026 — Bologna, Estragon
– 14 aprile 2026 — Firenze, Teatro Cartiera Carrara
– 24 aprile 2026 — Padova, Pedro

In questi live i Bandabardò riproporranno la scaletta integrale del disco — compresi i brani “dimenticati” — riportando sul palco quelle canzoni da cantare insieme, presentate in una veste nuova e moderna.

Ne abbiamo parlato con Alessandro “Finaz” Finazzo, che ai tempi era solo il chitarrista e che oggi, dopo la scomparsa di Erriquez, è diventato il frontman della band.

Sono passati 25 anni da quel disco dal vivo. Che sensazione ti fa guardarti indietro oggi?
Alessandro Finaz:
Sicuramente ci si sente più maturi, più cresciuti e anche molto orgogliosi di quello che abbiamo fatto. Quel disco è stato una pietra miliare: ha permesso alla gente di conoscerci e a noi di farci conoscere. Inoltre era il primo disco totalmente autogestito, quindi davvero indipendente. All’epoca l’indipendenza pagò, nonostante le strategie e la potenza delle major, quel disco riuscì a entrare nei primi dieci posti della classifica nel 2001, quando per arrivarci dovevi vendere davvero tanti dischi. Ci siamo rimasti quasi un mese, quindi per noi resta un po’ il figlio prediletto: è il disco che ci ha fatto diventare grandi.

Quel successo vi sorprese?
In parte. Non è stato un successo piovuto dal cielo: arrivava dopo otto anni passati sulle strade di tutta Italia e d’Europa, macinando chilometri, caricando strumenti, suonando ovunque. Il lavoro lo avevamo fatto. Però la crescita esponenziale che quel disco generò ci sorprese e ci rese felici. È stata la ricompensa per tanti sacrifici. Da lì in poi non potevano più ignorarci: sono arrivati gli inviti al Concertone del Primo Maggio, le prime televisioni, le radio che iniziavano a passare i nostri pezzi. Si è creato un circolo virtuoso che ha portato sempre più persone ai concerti e ci ha permesso di suonare in spazi sempre più grandi.

BANDABARDÒ tour celebrativo

Già durante i concerti avevate la percezione di essere un gruppo molto amato dal pubblico?
Sì, assolutamente. Quel disco live conteneva brani molto importanti per noi, come “Beppe Anna”, che è stato un po’ il motore della nostra corsa. Poi c’era l’inedito “Manifesto”, che è diventato davvero il manifesto della Bandabardò. “Beppe Anna” è pura energia: anche chi non conosce la lingua, dopo pochi secondi batte le mani e canta. Lo vediamo anche all’estero. “Manifesto”, invece, è diventata una canzone simbolo per tante manifestazioni e momenti di protesta. È stata cantata nelle occupazioni delle scuole, nelle università, nei cortei. Persino l’anno scorso, durante le manifestazioni per Gaza e Palestina, a Firenze ho sentito ragazzi di quindici anni cantarla a squarciagola. Questo ci ha sorpreso ma ci ha anche fatto capire che quello che abbiamo fatto ha lasciato un segno.

Quanto è importante la dimensione live per la Bandabardò?
È sempre stata fondamentale. Il rapporto con il pubblico, il suonare dal vivo, sentire vibrare le corde è sempre stato più importante della vendita dei dischi. Non abbiamo mai cercato il singolo radiofonico a tutti i costi o il tormentone estivo. Ci sono stati momenti in cui avremmo potuto farlo, ma abbiamo scelto di restare coerenti con la nostra dimensione live. All’epoca qualcuno ci dava dei pazzi. Oggi, con la crisi del disco e l’era dello streaming, chi ha costruito una credibilità dal vivo ha una base solida. Chi invece puntava solo su radio e festival spesso si trova più in difficoltà.

Oggi però sembra più difficile suonare dal vivo, soprattutto per i gruppi emergenti. È cambiato lo scenario?
Sicuramente sì. Noi abbiamo la fortuna di avere una base costruita negli anni, quindi riusciamo ancora a suonare molto. Ma per i nuovi gruppi è più complicato. Negli anni ’90 città come Firenze, Milano, Roma o Bologna erano piene di locali dove suonare. Il pubblico andava a scoprire gruppi nuovi, era quasi un talent scout. Oggi succede spesso il contrario: si va agli eventi enormi perché sono eventi, magari senza conoscere davvero la musica, per “esserci”. Si è persa anche la curiosità nello scoprire nuovi gruppi, nuovi artisti e si va ai concerti per osmosi, trascinati dal fatto che ci vanno tutti. È cambiato il modo di vivere i concerti e questo rischia di far perdere per strada tanti talenti.

Riascoltando quel disco che differenze senti rispetto alla Bandabardò di oggi?
Eravamo molto più acustici, molto più folk. I pezzi erano più veloci, quasi folk-punk. Oggi il nostro suono è più rock e più complesso, anche grazie alla tecnologia e all’arrivo delle tastiere nel 2011. All’epoca sembravamo quasi i Violent Femmes: chitarre acustiche, batteria e basso, con pochi altri suoni. È una maturazione naturale, anche perché la musica evolve e noi continuiamo ad ascoltare quello che succede intorno a noi.

Guardando indietro, cosa diresti ai ragazzi della Bandabardò di allora?
Direi: bravi, continuate così e non cambiate una virgola. Avete fatto le scelte giuste, con coerenza. La prova è arrivata anche nei momenti più difficili, come quando è venuto a mancare Enrico. È allora che abbiamo ricevuto un’ondata di affetto incredibile da tutta Italia e anche dall’estero. Non immaginavamo che la nostra musica fosse entrata così profondamente nella vita delle persone.

Nonostante le difficoltà, quindi è un percorso che ti rende soddisfatto?
Assolutamente sì. Non abbiamo rimpianti. Abbiamo sempre scelto insieme, democraticamente. Abbiamo fatto errori, come tutti, ma siamo rimasti una famiglia. Dopo più di trent’anni ci vogliamo bene forse più di prima e continuiamo a fare musica con passione e sincerità. Cosa vuoi di più dalla vita?

Dopo tanti anni, salire sul palco e fare tour non ti pesa?
No, per niente. È la mia vita. Quando sto lontano dal palco soffro un po’. Ho deciso che volevo fare questo quando avevo otto o nove anni, dopo aver ascoltato un disco dei Beatles. Da allora ho sempre sognato di scrivere canzoni e girare il mondo in tour. Suonare significa conoscere persone, luoghi, culture diverse. È qualcosa che ti arricchisce continuamente.

BANDABARDÒ tour celebrativo

Di quello spirito un po’ “fricchettone” che ha sempre caratterizzato la Bandabardò è rimasto qualcosa?
Sì, assolutamente. Per noi significa avere un rapporto semplice e diretto con il pubblico. I nostri concerti sono come feste tra amici. Il fricchettonismo non è un cliché, è un modo di vivere: accettare la vita nella sua semplicità e bellezza. È anche l’idea di andare controcorrente, di non seguire sempre il gregge. Noi abbiamo sempre scelto strade secondarie, direzioni ostinate e contrarie citando il “Maestro”. Ed è anche per questo che, dopo più di trent’anni, la band continua a ricevere tanto affetto.

Come saranno i concerti per celebrare questo anniversario?
Suoneremo tutti i brani dell’album, compresi pezzi che non facevamo da più di vent’anni. Sarà emozionante anche per noi rimetterli in scaletta. Poi, nel finale, ci saranno i nostri grandi classici, quelli che non sono mai usciti dal repertorio.

E per gli arrangiamenti?
Non rifaremo tutto esattamente come allora. Negli ultimi anni ci piace reinterpretare i brani. Non ci allontaniamo troppo dagli originali, ma li arricchiamo o li cambiamo leggermente. La formazione è diversa, ci sono strumenti che prima non c’erano, e io oggi canto, quindi non posso fare esattamente le stesse parti di chitarra di una volta, dovrei essere Mandrake.

E dopo questi concerti cosa farà la Bandabardò?
Noi navighiamo a vista. Quando fondi una band pensi che durerà tutta la vita, ma poi succedono cose che cambiano tutto. Dopo la scomparsa di Enrico non ero sicuro di voler continuare. Poi però fan, amici e colleghi ci hanno fatto capire che la Bandabardò è un patrimonio da non perdere. Finché avremo qualcosa di vero e sincero da dire continueremo. Il giorno in cui diventerà solo un lavoro per incassare un assegno appena scesi dal palco, allora sarà il momento di fermarsi. Per ora ci godiamo il presente, che è un bel presente.

https://www.facebook.com/bandabardoofficial

TAG: Bandabardò


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