MARLENE KUNTZ intervista. “Se guardiamo indietro vediamo dei live furiosi”
MARLENE KUNTZ
Intervista.
Per i 30 anni de “Il Vile” lo ripropongono live in tour e ristampano il disco in edizione speciale
Di Luca Trambusti
A trent’anni dall’uscita de Il Vile, i MARLENE KUNTZtornano a confrontarsi con uno dei capitoli più intensi e identitari della loro storia.
Il loro secondo lavoro ha segnato un’epoca, definito un suono e contribuito alla nascita di un immaginario live diventato quasi leggendario.
Da quel disco l’evoluzione della band di Cuneo è stata costante, continua e continua tutt’oggi, segnata da 11 album in studio e un’incessante attività live.
Per “celebrare” i tre decenni de “Il Vile” Cristiano Godano (voce, chitarra e autore) e Riccardo Tesio (chitarra e compositore) – i due membri storici del gruppo – da marzo ad aprile 2026 porteranno in giro in un tour le canzoni di quel disco.
Insieme al tour il disco verrà ristampato il 6 marzo in una versione speciale numerata e in edizione limitata, disegnata interamente dall’illustratore Alessandro Baronciani.
Li abbiamo incontrati per parlare di memoria, palco, evoluzione, lutti elaborati, furia giovanile e nuove consapevolezze.
Che effetto fa riprendere in mano Il Vile dopo tutto questo tempo?
Cristiano:
È un po’ come quando abbiamo riportato sul palco “Catartica”, ma con una differenza: questo disco ci riporta esattamente a chi eravamo trent’anni fa. Con “Catartica” avevamo già un suono che nel tempo abbiamo implementato, arricchito, diversificato. Qui invece torniamo proprio all’origine.
L’effetto è una fottutissima e divertita eccitazione. Mi sorprende ancora sentirmi in grado di tirare fuori quella botta. Fino a due anni fa, prima di salire sul palco, mi chiedevo davvero se ce l’avrei fatta — dovevo urlare tanto. Invece già dal primo concerto mi sono ritrovato a saltare come trent’anni fa. È una sensazione potentissima.
Riascoltandolo in macchina, a volume alto, mi sono detto: sì, è un gran disco. E la cosa che mi ha fatto più piacere è il suono. All’epoca per noi era una questione di vita o di morte non “suonare italiani”. Sentivamo un complesso di inferiorità verso le reference straniere. Riascoltandolo oggi ho pensato: eravamo davvero vicini a quel livello.

Come vi riapprocciate al palco con questo disco? Lo suonerete per intero?
Cristiano:
Sì, lo faremo tutto dall’inizio alla fine, poi aggiungeremo altro. In passato con “Catartica” avevamo sparigliato le carte, mescolando i brani. Stavolta invece faremo l’opposto.
Dal punto di vista tecnico, cosa significa risuonare oggi quelle canzoni?
Riccardo
Stiamo cercando di recuperare il più possibile il suono originale del disco.
Con Il Vile è più semplice rispetto a Catartica, perché ho ancora due delle chitarre usate allora. Gli amplificatori no, quelli li ho venduti nel tempo per fare altri “scambi merci”, a volte upgrade, a volte no.
Mi piace questo lavoro di ricostruzione. Ho persino ritrovato un vecchio multieffetto con ancora in memoria le impostazioni di quei suoni. È un viaggio nella memoria sonora. Con Catartica eravamo andati un po’ all’arrembaggio, con strumenti presi in prestito dagli amici. Con Il Vile invece c’era già più consapevolezza, più ricerca su accordature e suono.
Che ruolo ha avuto quel tour nel definire chi erano i Marlene Kuntz?
Cristiano:
Per i primi quattro o cinque dischi ogni album era la conferma che stavo davvero facendo il musicista. Ogni volta pensavo: “speriamo non sia l’inizio della parabola discendente”. Solo più avanti ho capito che era davvero il mio mestiere.
C’era un fermento incredibile in Italia. Sembrava che il DNA musicale del paese stesse cambiando. Noi venivamo dalla generazione dei Litfiba e dei CCCP – Fedeli alla linea, abituati a suonare davanti a 200-500 persone. Poi ci siamo ritrovati davanti a migliaia. È stato elettrizzante.
Col tempo abbiamo capito che anche il grunge era stato, in parte, una moda. Ma quell’energia ci ha permesso di crescere.
Riccardo:
Il tour del Vile è stato un punto di partenza: le date aumentarono progressivamente. All’inizio facevamo pochi concerti, poi cominciò ad arrivare gente e le cose presero a girare. Avevamo già un tecnico luci e qualcuno che ci aiutava a montare e smontare: stavamo diventando una vera band. Anche prima eravamo una bella band, ma molto più scalcinata; suonavamo all’arrembaggio in palchi improbabili.
Come siete cambiati sul palco dagli inizi ad oggi?
Cristiano:
All’inizio eravamo furenti. Senza controllo razionale. Solo esplosione. Con l’esperienza entra la componente razionale, inevitabilmente. La sfida è far convivere le due cose. Non volevamo essere solo una band irruenta, e credo che la nostra discografia lo dimostri.
Quando rivedo certi video di allora vedo una band di assatanati. Capisco anche come sia nato il “mito” dei Marlene: quei live erano davvero dirompenti.
Quanto influisce il live sulla scrittura dei dischi successivi?
Cristiano:
Direi quasi nulla. Ogni nostro disco è stato un passo avanti o laterale rispetto al precedente. Non abbiamo mai scritto per assecondare quello che era successo dal vivo. Quando entriamo in sala prove, ci dimentichiamo del palco.
Riccardo:
Non so rispondere. Credo che, inevitabilmente, esista una forma di “apprendimento”, ma non è formalizzata e manca consapevolezza.
Cosa significa per voi stare sul palco oggi?
Cristiano:
Ogni volta che metto piede sul palco entro in una dimensione performativa che prescinde dal numero di persone davanti. Che siano venti o duemila, quello che conta è la sinergia interna alla band.
Suonare bene, per me, significa che quella sinergia è venuta fuori al meglio. Non è solo tecnica: è anima. A volte il pubblico è entusiasta ma noi non siamo soddisfatti. Per noi fa la differenza come sentiamo di aver suonato.
Dopo i concerti, in albergo, con l’adrenalina addosso, guardo sempre i video taggati online per riascoltare come siamo andati. A volte coincide con le sensazioni, altre no.
Riccardo:
Col passare degli anni le cose sono cambiate. Ai primi concerti avevo il terrore di salire sul palco: mi piaceva suonare, ma non mi ero mai immaginato davanti a un pubblico — suonare mi bastava. A un certo punto è arrivato il momento di uscire e non ero preparato, quindi ricordo che ai primi concerti avevo paura e mi sentivo a disagio. Ho superato quella fase, però spesso mi sento ancora come in una bolla; una delle caratteristiche di questa bolla, come diceva Cristiano, è la sensazione che le cose stiano andando bene: abbiamo suonato bene, insomma, e tutto sembra funzionare.

Dopo tanti anni, la vita in tour vi pesa?
Cristiano:
No. Quando sto troppo fermo divento insofferente. Per me il tour è vita.
Riccardo:
Io ora non guido più il van! All’inizio mi piaceva da morire: era la conquista dell’Italia. Adesso va bene così.
C’è qualche rito scaramantico che fate prima di salire sul palco?
Cristiano:
Io, prima di salire sul palco, devo rilassarmi. Un tempo mangiavamo prima del concerto: era una follia e ce ne siamo accorti troppo tardi, ma quando abbiamo cambiato abitudine mi si è aperto un mondo. Per me è vitale andare in albergo: lì mi rilasso e mi sdraio; se c’è tempo e ne sento il bisogno pratico qualche esercizio meditativo, come lo yoga nidra, per recuperare e ritrovare le energie. Questo è il mio rituale.
Riccardo:
Se la situazione è bella, se si può, mi piace di più stare lì nel posto del concerto perché entro sempre più nel mood della situazione.
Club o teatri?
Cristiano:
Nei club mi piace di più: la pressione sonora è più travolgente. Nei teatri però c’è un silenzio quasi religioso. Ogni dettaglio si sente, ogni gesto pesa. È più “serio”, nel senso buono del termine. Più responsabilizzante.
Riccardo:
Nei club c’è anche l’interazione con la gente, che è più vicina, questo è bello sia per noi che per chi ci guarda. Al concerto non vai solo a “sentire” il concerto, vai per vederlo, viverlo e magari anche la vicinanza è un fattore vincente.
La ristampa de “Il Vile” è accompagnata da unfumetto legato al disco. Come nasce l’idea?
Cristiano:
È stata un’intuizione del team. Eravamo curiosi di vedere come Alessandro Baronciani avrebbe tradotto in immagini i testi. Gli ho suggerito di leggere un nostro libricino, I racconti del Vile, che spiegava il senso delle canzoni.
Anche quando l’interpretazione non coincide perfettamente con la mia, non mi disturba. È bello che un altro artista dia la sua lettura.
Avete materiale nuovo in arrivo?
Cristiano:
Sì. Non è nato ora, ma c’è, e prima o poi arriva.
Le date del tour “MARLENE KUNTZ SUONA IL VILE”, organizzato da Kashmir Music:
5 marzo – The Cage – Livorno
7 marzo – Mamamia – Senigallia
12 marzo – New Age – Treviso
19 marzo – Estragon – Bologna
20 marzo – Orion – Roma
25 marzo – Hall – Padova
26 marzo – Alcatraz – Milano
27marzo – Viper – Firenze (c/o Cdp Grassina)
8 aprile – Hiroshima Mon Amour – Torino Nuova Data
9 aprile – Hiroshima Mon Amour – Torino Sold Out
16aprile – Casa Della Musica – Napoli
18 aprile – Demodé – Bari
Cristiano Godano (voce/chitarra) e Riccardo Tesio (chitarra) sono accompagnati da Luca “Lagash” Saporiti (basso), Davide Arneodo (polistrumentista) e Sergio Carnevale (batteria)
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