GOGO PENGUIN: un viaggio sonoro tra jazz elettronica e pura eleganza Recensione concerto Milano
GOGO PENGUIN
Recensione concerto Milano
13 febbraio 2026
Alcatraz
Milano
Recensione di Luca Trambusti
Voto: 🙌🙌🙌
È un viaggio affascinante quello che i GOGO PENGUIN il trio di Manchester regala al pubblico milanese affascinando e conquistando l’Alcatraz. Nella configurazione più intima del club milanese, il pianista Chris Illingworth, il bassista Nick Blacka e il batteristaJon Scott costruiscono un’esperienza che va oltre il semplice live: è un’immersione totale nel suono.

Non sono tra i nomi più inflazionati del panorama mainstream, eppure la loro alchimia tra jazz contemporaneo, pulsazioni elettroniche e suggestioni classiche richiama un pubblico numeroso e attentissimo. Colpisce l’educazione della platea: nessuno chiacchiera, come invece spesso capita in concerti anche più rumorosi, nessuna distrazione. Solo ascolto profondo e applausi sentiti al termine di ogni brano.
L’architettura del suono: piano, contrabbasso e batteria
La loro formula è strumentale, elaborata ma sorprendentemente accessibile. Il pianoforte è la trave portante dell’impianto sonoro; il contrabbasso pompa e sostiene; ma è la batteria a imprimere una spinta decisiva. Jon Scott disegna ritmiche impressionanti per velocità e fluidità e riempie ogni spazio disponibile con tanta fantasia.
Le melodie costruite dal piano, arricchite da interventi elettronici misurati ma incisivi, dialogano e talvolta si scontrano con le complesse trame ritmiche. Il risultato è un equilibrio dinamico che conquista e affascina.
Dal sogno al crescendo: la forza della dinamica
Il costrutto musicale oscilla tra un mondo onirico e cullante e improvvise accelerazioni che ricordano una fase agitata del sonno. Le atmosfere catturano e trasportano altrove con eleganza: l’importante è lasciarsi andare, abbandonarsi completamente al flusso.
Non conta la scaletta, non contano le “canzoni” nella loro forma tradizionale. Qui tutto è movimento continuo. Una cifra stilistica ricorrente è la partenza lenta dei brani, quasi sospesa, che si trasforma progressivamente in un crescendo travolgente fatto di stratificazioni sonore, aumento di velocità e pienezza timbrica.
Architetture che a un primo ascolto possono sembrare complesse, ma che si rivelano immediatamente leggibili nella loro capacità comunicativa.

Un concerto da ascoltare più che da vedere
Se l’esecuzione è tecnicamente raffinata, la comunicazione è diretta. L’ora e mezza di concerto non concede pause né distrazioni. È un’esperienza totalizzante, coerente, elegante.
Anche la produzione riflette questa filosofia: poche luci colorate, proiezioni essenziali alle spalle della band, nessuna concessione all’effetto scenografico. Tutto è concentrato sulla musica. È un concerto da sentire più che da guardare.
L’ospite a sorpresa: Daudi Matsiko
Nel primo dei due bis sale sul palco il chitarrista e cantautore britannico-ugandese Daudi Matsiko. La sua chitarra acustica e la componente vocale introducono l’elemento più vicino al pop dell’intera serata, aggiungendo una sfumatura diversa a un quadro già ricco di suggestioni.
Un finale che conferma l’identità del trio: nessuna sovrastruttura, nessuna apparenza. Solo musica, costruita con intelligenza e suonata con intensità.
Un progetto da seguire con grande attenzione.
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