AFTERHOURS: “nel tour non abbiamo recitato” Esce il libro fotografico del live estivo Intervista con MANUEL AGNELLI
AFTERHOURS
Il libro “AFTERHOURS Ballate per piccole iene 2025 Il Tour raccontato da Manuel Agnelli”
Intervista con Manuel Agnelli
Intervista di Luca Trambusti
Tra giugno e agosto 2025 gli AFTERHOURS sono tornati sulla scena live per celebrare i 25 anni dall’uscita di “Ballate per piccole iene”. In 21 date avvincenti ed emozionanti la formazione originaria del disco — Manuel Agnelli, Giorgio Prette, Andrea Viti e Dario Ciffo — ha riproposto l’intera tracklist dell’album, affiancata da brani tratti dal repertorio della storica formazione rock milanese.
A distanza di anni la band, in una delle sue formazioni più autentiche, è risalita sul palco accolta dal calore del pubblico: tanti sold out e una vendita complessiva di 120.000 biglietti hanno certificato la forte vitalità dell’esperienza. Il tour ha riattivato anche energie emotive: i componenti non si frequentavano da tempo, c’erano ruggini da “scartavetrare”. Quel bagaglio personale, lungi dall’essere una zavorra, ha reso le date ancora più intense e significative.
Ora che il tour è sedimentato nella memoria collettiva e personale, viene pubblicato un libro che, tra poche parole e moltissime fotografie, racconta quell’esperienza: “AFTERHOURS Ballate per piccole iene 2025. Il Tour raccontato da Manuel Agnelli”, edito da Rizzoli, è già disponibile. Alle splendide immagini in prevalenza in bianco e nero (firmate da Mathias Marchioni e Henry Ruggeri) si affiancano i testi del frontman, che descrive con grande visceralità emozioni, sensazioni e relazioni interne alla band. Il volume dà inoltre spazio a chi ruota intorno all’esperienza live, soffermandosi anche su aspetti tecnici — ad esempio la pedaliera che Manuel utilizza sul palco — e racconta il “nascosto”, il dietro le quinte che il pubblico non vede.
Per presentare il libro e ripercorrere il tour, Manuel Agnelli ha invitato alcuni giornalisti nel suo locale milanese Germi; dopo le chiacchiere è arrivato anche un piccolo showcase della band (Guarda qui photogallery e video), durante il quale il rocker ha “reso giustizia” alla sua voce (se mai ce ne fosse bisogno) superando le difficoltà vocali che hanno segnato, più nel bene che nel male, l’esibizione milanese di luglio (leggi qui la recensione).
AFTERHOURS: Esce il libro fotograficodel live estivo “AFTERHOURS Ballate per piccole iene 2025 Il Tour raccontato da Manuel Agnelli” Intervista con MANUEL AGNELLI
Manuel, ricordiamo com’è nato questo tour “Ballate per piccole iene”
«Dopo la ristampa per i vent’anni dell’album l’idea iniziale era di promuoverlo con incontri stampa e firmacopie, ma mi sembrava una cosa noiosa e sottotono. Erano quasi sette anni che non salivamo sul palco: l’ipotesi di fare anche un tour celebrativo era accattivante. Ho così ricontattato la formazione originale perché non volevo un progetto arido, volevo un’occasione vera, che potesse anche riallacciare rapporti lontani con qualcuno da dieci e con altri da vent’anni. Era un po’ chiudere un cerchio. Quando l’ho proposto ho sentito energia, voglia e commozione: era un’opportunità artistica e umana, per risolvere cose irrisolte. Dalle prove — fatte allo storico Jungle Sound, oggi non più studio di registrazione — e dalle ottime prevendite abbiamo capito che c’era aspettativa da parte nostra e del pubblico. E infatti tutto è andato bene.»

Quell’esperienza si conclude adesso con questo libro prevalentemente fotografico.
«Le foto documentano ciò che è stato. I fotografi erano invisibili ma presenti e hanno raccontato con immagini tutto quello che è successo, incluso il backstage e i rapporti tra di noi, con scatti di momenti anche intimi. Poi ci sono alcuni miei commenti che alimentano lo spirito delle foto. È un libro per i fan ma anche per chi vuole capire cosa c’è dietro a un concerto rock senza esplosioni, fuochi d’artificio, autotune e basi: qui il pubblico ha un ruolo fondamentale. Racconta il nascosto, il non visibile all’occhio dello spettatore.»
Il tour ha vissuto anche una forte intensità emotiva raccontata nelle foto e nei vostri rituali.
«L’esplosione emotiva si scioglieva alla fine dei concerti. Negli ultimi anni ho fatto teatro con oltre 100 repliche di Lazarus (l’opera rock di David Bowie Leggi qui la recensione). A teatro a fine piece gli attori si riuniscono sul palco e si inchinano, ma nel concerto non abbiamo recitato: abbiamo scelto di abbracciarci, in un momento di confronto post‑spettacolo, durante il quale raccontavamo gli episodi più divertenti e significativi della serata, ridendo. Un grande momento di complicità. C’era anche un rito scherzoso, come toccarsi il sedere prima di salire sul palco. Ora, con il passare degli anni, mi commuovo più facilmente: da giovane ero più duro. Durante il concerto a volte mi viene il groppo in gola, e questo non aiuta a cantare; mentre mi emoziono mi preoccupo. Nel corso della serata accumulo tensione, che scarico emotivamente più che fisicamente. Succede durante le migliori esecuzioni: senti che stai vivendo qualcosa di vero e temi di aver rovinato la performance, anche se non è così.»
Al concerto di Milano eri afono: un dramma per un cantante. Come ne sei uscito?
«Siamo passati da un disastro annunciato a un concerto bellissimo, come spiego anche nel libro. In quella serata abbiamo capito che il rapporto con il pubblico era diverso, di grande complicità. Spesso ci trovavamo davanti a tre generazioni, con ragazzini che conoscevano gli Afterhours grazie ai genitori. L’energia del tour era meravigliosa anche per la lunga assenza dal palco: la gente non veniva solo per divertirsi ma per viverlo appieno, con pochi telefonini e molta partecipazione. Prima di Milano avevamo fatto Roma, che metto nella top five dei nostri spettacoli: ero molto contento. Poi, poche ore prima dell’esibizione milanese, la voce è calata drasticamente. Ero terrorizzato: dopo due pezzi ho deciso di dichiararlo al pubblico, e da lì tutto è cambiato. Il concerto non è solo una performance tecnica, non è replicare il disco alla perfezione: quando funziona è una comunione di energie. Il rock’n’roll sono tre accordi, quello che conta è lo spirito e l’unione della band. Puoi avere musicisti virtuosi, ma se tutti lavorano per la canzone e non per e stessi, il risultato è dritto e asciutto. Non siamo noi ad adattarci alle canzoni: sono le canzoni che suonano come noi, con il nostro stile.»
Dopo questa reunion e questo tour si (ri)apre un futuro per gli Afterhours?
«La scintilla potrebbe esserci, ma non vogliamo fare errori. Non vogliamo rientrare in un progetto programmato, con scadenze e date prefissate. Qualcuno vorrebbe un disco nuovo degli Afterhours, ma ormai siamo anche un marchio e il pubblico vuole sentire i pezzi classici. Non ci interessa ripetere questa cosa mese dopo mese: per attirare di nuovo l’attenzione un disco dovrebbe essere eccezionale, ed è un impegno grande. Per il mio progetto solista il paragone con la band c’è, ma sono cose diverse, con sue dinamiche differenti da quelle degli Afterhours. Questo tour è riuscito perché dopo tanto tempo avevamo passione sul palco; lo rifaremo, ma non tra tre mesi: non deve diventare un programma da rispettare. Intanto voglio prendermi un anno sabbatico per vivere: andare a trovare amici, viaggiare, leggere, stare con mia figlia. Sto anche cercando di migliorare a ping pong — ho comprato una splendida macchina sparapalle cinese! (Ride ndr). Negli ultimi dieci anni ho avuto una grande crescita professionale: ho fatto teatro, tv, radio, ho ricevuto tante offerte e sono un privilegiato. Ma non voglio essere schiavo di me stesso: ad esempio rinunciare a X Factor è stato in questo senso una scelta importante, perché non c’era spazio per tutto quello che volevo fare.»

Pensi che la tua visibilità televisiva abbia portato nuovo pubblico, soprattutto giovane, al tour degli Afterhours?
«Forse ha pesato per un dieci percento. Ha contato il fatto che la mia faccia è percepita come presente: non sono un vecchio dinosauro. I più giovani che hanno ascoltato le canzoni dai genitori sanno chi sono e mi collegano all’oggi. Per ulteriore pubblico non credo: siamo troppo diversi da ciò che altri ascoltano.»
Le critiche ricevute per la tua presenza in TV possono aver inciso negativamente?
«Non lo so. So però che ci sono stati 120.000 paganti questa estate, quindi va bene così. La musica va portata ovunque con credibilità e coerenza: l’integralismo dev’essere solo artistico e non su altri fronti.»
E se vi proponessero uno stadio?
«Non è un nostro obiettivo. Questa ultima generazione è stata ingannata dai numeri, dagli algoritmi, dal materialismo cosmico che ha influenzato molti artisti. Per cinque che ce la fanno, cinque milioni non ce la fanno. Il gigantismo degli stadi o di certi eventi spesso è sinonimo di mancanza di sostanza e contenuti. Dal punto di vista discografico è stato costruito un mondo perfetto per certe logiche: non ci sono resi, niente macero, la distribuzione è digitale. Le streaming factory sono una bolla dopata che prima o poi esploderà e farà danni, perché le major sono in borsa e hanno grandi investimenti. Paradossalmente, però, se ci metti nei loro panni li capisco: sono aziende e pensano al fatturato; oggi fanno utili pazzeschi.»
Cos’è il palco per te?
«È la grande occasione di essere me stesso, anche nelle cose negative: un luogo dove trasformare in catartico ciò che dovrebbe essere distruttivo. Sul palco sono emotivamente più libero.»
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