NOMADI: amiamo suonare ovunque, non solo nelle grandi città Intervista. ASCOLTA IL CD LIVE

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È dal 1963 che i NOMADI sono sulle scene, una storia lunga, fortunata e piena di riscontri. Il loro percorso si è sviluppato in tanti anni, con formazioni differenti sempre all’insegna di un nome che è anche un programma. Tour capillari, infiniti hanno fatto la forza della formazione emiliana e richiamato un gran pubblico che poi in molti casi si è “fidelizzato” facendo nascere il cosiddetto “popolo dei Nomadi”, fedeli ascoltatori che in un ricambio generazionale amano i sei artisti che, guidati dal fondatore Beppe Carletti (tastierista della band), compongono il gruppo.

L’attuale formazione vede BeppeCarletti – tastiere, Cico Falzone – chitarre, voce, Massimo Vecchi – basso, voce, Sergio Reggioli – violino, percussioni, chitarra, voce e gli ultimi entrati Yuri Cilloni – voce e Domenico Inguaggiato – batteria

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A fronte di una quarantina di dischi in studio i Nomadi possono vantare anche nove album live ai quali, dal 19 settembre 2025, si aggiunge il decimo “Live al Teatro Dal Verme”, disco registrato nel teatro milanese a dicembre 2024, il primo dal vivo con il nuovo cantante (e anche il nuovo batterista). 18 canzoni che ripercorrono la storia della band, riletti in una nuova chiave e in un nuovo contesto, quello teatrale.

Il disco è disponibile in un doppio vinile, CD e digitale.

Abbiamo raccolto l’intervista con i Nomadi.

Cosa significa per te Yuri questo disco?
È un altro traguardo personale dopo il mio debutto otto anni fa e spero che ne vengano altri di dischi dal vivo. Ogni volta salire sul palco mi dà le stesse emozioni e penso che il palco sia la dimensione migliore, avere un confronto costante e diretto con il pubblico è un po’ la nostra caratteristica

Com’è stato il tuo approccio alle canzoni dei Nomadi?
Molto naturale. Canto sin da quando sono bambino, poi mi sono appassionato ai Nomadi e già da anni ero in una delle tante cover band del gruppo. Questi sciamannati mi conoscevano e per loro è stato naturale chiamarmi quando hanno avuto bisogno. Alla fine, si è realizzato un sogno. Il mio approccio è stato positivo fin dal primo giorno e tuttora mi sto divertendo e mi divertirò finché mi sarà concesso

Ancora un altro cambiamento in formazione, un quinto cantante nella storia del gruppo. Beppe, tu che sei la “memoria storica” come spieghi tutta questa rotazione. E come sono i Nomadi oggi?
Dal 63 ad oggi 25 persone hanno fatto parte della formazione. È sempre stato così ma ciò che è sopravvissuta è l’identità dei Nomadi, come sognavamo io e Augusto. Questo disco è la nostra storia, perché ci sono canzoni del passato e cose più recenti. A leggere i testi pare di leggere un libro e poi ti accorgi che certe canzoni pur avendo tanti anni sono ancora adesso attuali, sembrano scritte oggi. Per quanto riguarda le formazioni, l’ultimo entrato è il batterista, Domenico Inguaggiato, con noi da novembre 2023. Quello che conta è che ci sia continuità di idee, ogni nuovo arrivato entra nello spirito del gruppo e porta qualcosa di suo, di personale che arricchisce nel solco del nostro stile. È cambiata la formazione ma i Nomadi sono sempre gli stessi. Oggi siamo una band storica, che ama suonare dal vivo e che vive i concerti come un’esperienza collettiva. Noi ci divertiamo a stare sul palco ma anche in tutte le attività che anticipano il concerto come il viaggiare in pulmino, mangiare insieme o avere una vita comune. Nomadi di nome e di fatto. Se così non fosse sarebbe dura, abbiamo fatto 24 date ad agosto e 16 a settembre e siamo ad una media di 90 all’anno. Se tra noi mancasse questa complicità o l’armonia non riusciremmo a portare l’energia sul palco e a dare qualcosa di positivo al pubblico. E poi amiamo il profumo del palco.

Perché un live adesso?
(Beppe) Riuscire a fare un disco live circa ogni 10 anni è bellissimo. Sebbene tutte le canzoni siano già state suonate e risuonate mille volte con tanto amore sono ogni volta diverse negli arrangiamenti e nell’esecuzione. Ogni live è una fotografia, è un momento. Poi questo è registrato in un teatro, il Dal Verme di Milano, che è un luogo molto speciale per la sua struttura con un palco che è un’area scenica con le gradinate che salgono, come un vecchio anfiteatro. Non è da molto tempo che ci esibiamo nei teatri, abbiamo sempre preferito le Feste dell’Unità, e trovo che ci siano un’attenzione e una tensione differenti, uniche, un’atmosfera magica. In un concerto in piazza ci sono 8.000 persone, uno ride, l’altro ti applaude, l’altro va a prendere una birra e tendi a distrarti. A teatro invece c’è una concentrazione massima. Ci sono 1.500 persone con gli occhi su di te e quindi è maggiore l’impegno che ci metti ad ascoltare e a suonare. Avevamo registrato 4 concerti nei teatri abbiamo scelto quello di Milano perché lo ritenevamo il migliore, anche se, come capita, un brano lo abbiamo preso da un altro live. Ci andremo più spesso nei teatri. Faremo anche il Petruzzelli di Bari che pare sia il massimo.

Come costruite la scaletta dei concerti?
(Beppe) Ci sono delle canzoni che devi fare per forza e ormai sono tante. Per il resto la scaletta la deve preparare per forza il cantante perché è lui che si sente di cantare un certo tipo di canzone ed è importante per lui sentire quello che canta. Abbiamo pronte, a disposizione da suonare, un centinaio di canzoni e tra queste scegliamo cosa mettere in base al momento, al luogo e alla situazione. Qualcuna magari la dobbiamo anche “rispolverare” e riprovare perché magari è meno suonata rispetto ad altre.

Il live è per voi centrale?
(Beppe) Sì! Ci divertiamo a poter fare tanti concerti ma alla base di tutto c’è un concetto: il nostro non è un lavoro ma una professione, una passione, e non è la fortuna che hanno tutte le persone, non tutti possono fare quello che desiderano fare per essere felici.
(Sergio) Abbiamo la fortuna che ogni anno giriamo il paese dal Trentino Alto Adige fino alla Sicilia, nei paesi più remoti, andiamo a scoprire l’intera Italia. Certo, suoniamo anche in delle città bellissime, per esempio abbiamo appena fatto Livorno, ma suoniamo dappertutto e per questo ci capita spesso di scoprire degli angoli di questo paese che ci lasciano a bocca aperta, perché non li trovi sugli articoli di giornali in prima pagina, ma poi scopri che ci sono bellezze meno conosciute ma così importanti, e scopri luoghi che altrimenti non avresti visto. Questo ti dà ogni sera una differente carica emotiva ed è fonte d’ispirazione.

(Beppe) io uso dire che i piccoli paesi sono le nostre grandi città, perché noi nella città ci suoniamo, come fanno abitualmente molti cantanti, parliamo di Milano, Napoli, Firenze, Roma, ma preferiamo tour più capillari, meno concentrati nei grandi luoghi. Ricordo che tanti anni fa in CGD l’ufficio stampa mi chiese di vedere il calendario dei live. C’erano segnate 20 date a giugno, luoghi piccoli, a volte sconosciuti. Lui disse che non andava bene, che dovevamo concentrarci sulle grandi città, pochi concerti che richiamassero tante persone. Ma non è nel nostro modo d’intendere il live.

Dal punto di vista dell’organizzazione dei concerti, avete avuto una percezione diversa nel corso degli anni?  Sono aumentati, diminuiti o rimasti sempre uguali? E il pubblico com’è?
(Beppe)
Certamente il pubblico è cambiato e anche l’organizzazione dei concerti è cambiata, ci siamo adeguati ai tempi. Però noi ci autogestiamo, non abbiamo nessuna agenzia che cura l’aspetto live, non abbiamo padroni. Una signora si occupa delle date live da tanto tempo e da lei bisogna passare per la disponibilità della band ed è lei che organizza i tour.
(Sergio) Sicuramente la situazione è cambiata un po’, perché per lo meno nei primi anni in cui ero entrato nel gruppo, nel 98, diciamo che a marzo l’estate live era definita, per lo meno con le zone. Ultimamente c’è un po’ questo mordi e fuggi, quindi vengono fuori delle date all’ultimo minuto e ci dobbiamo ovviamente adeguare, soprattutto per i ragazzi che lavorano con noi, i tecnici che poi devono fare i chilometri, finiscono 3 ore dopo di noi, iniziano 5 ore prima di noi.
(Beppe) La cosa ancora più bella è che, oltre a fare noi i chilometri, li fanno anche i nostri amici, perché ci sono delle persone che si sono organizzate le ferie per seguire i nostri tour. Di bello nel nostro pubblico c’è che portano anche i loro bambini, di 10 anni, 12 anni, è una cosa entusiasmante. Io dico sempre che se un genitore porta il proprio bambino a sentire il concerto c’è intorno un “mondo pulito”. Abbiamo anche la soddisfazione di poter mandare un messaggio, attraverso un determinato modo di fare musica e di affrontare certi discorsi.

A proposito di questo, con un repertorio come il vostro potete avere il termometro degli umori del paese. Che Italia trovate sotto al palco?
(Beppe) Abbiamo trovato un’Italia che si fa le domande, un’Italia che non sente sicuramente le risposte a un nostro concerto, perché non abbiamo la presunzione di dare risposte, però abbiamo la possibilità e la voglia di lanciare un messaggio, che è un messaggio che portiamo avanti da sempre. Abbiamo visto sotto il palco una buona parte di persone che s’interrogano, una buona parte di persone arrabbiate per delle situazioni, quelle che troviamo nelle televisioni tutti i giorni. Nel nostro repertorio sicuramente c’è la voglia e la filosofia di portare avanti dei temi importanti, non tanto per insegnare quello che c’è da fare, ma per sottolineare che ci sono delle problematiche. Il nostro pubblico lo apprezza e ci esorta anche ad andare ancora più a fondo. All’inizio siamo rimasti un po’ sul vago perché sostanzialmente abbiamo rispetto per ogni tipo di giudizio che può dare la persona stessa che viene a vedere e ascoltare musica. Poi ci siamo resi conto che il nostro essere, che era quello di sottolineare e di mettere il punto sulla situazione, veniva esortato dalla stessa nostra gente. E’ anche vero che nei testi delle nostre canzoni la sensibilizzazione per queste situazioni c’è stata sempre, non è mai mancata, non è mai stata messa da parte. Quindi in maniera non velata, ma spontanea, dal palco, il nostro messaggioè sempre partito, per quello che possa valere. Comunque sia, noi la nostra parte la facciamo per quello che possiamo fare. Molte delle nostre canzoni sono senza tempo, sono scritte anni fa ma sembra che siano state fatte oggi. Penso ad “Auschwitz”, “Dio è morto”, “I ragazzi dell’olivo” ispirata nel 1989 dai bimbi palestinesi o “Contro”, che si schiera contro le guerre. Noi abbiamo sempre cantato la vita, e la vita cambia, peggiora. La nostra cifra è sempre stata quella di essere coerenti con noi stessi, non ci siamo mai lasciati influenzare dal momento, dalla moda, che poi passa in fretta. Ripeto, siamo sempre stati gli stessi, non è che siamo bravi, ma coerenti con noi stessi, non ci siamo mai adattati né inclinati davanti a qualche dubbio, siamo sempre rimasti con la testa alta. E siamo ancora qua!

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